Gli errori di Salvini (che potrebbe recuperare)

Diciamocela tutta. Salvini ha commesso qualche errore. Almeno due. Perché per quanto si possa dire che lui non ha sbagliato a staccare la spina, non ha preparato per bene il terreno; soprattutto però si è fidato di chi lo rassicurava che la crisi sarebbe sfociata nelle elezioni.

Non è stato così. La determinazione dei grillini di rimanere al Governo e di non presentarsi agli elettori per ottenere la giusta reprimenda elettorale, li ha indotti a fare quel che sembrava essere nell’aria da un pezzo, almeno fin dalla campagna elettorale europea: cercare un’intesa con il PD. L’aria di accordo, in effetti, si annusava da quei tempi, e anche se tutti si affannavano a sostenere il contrario (e anzi, gli attacchi fra le due forze politiche non si risparmiavano), il voto alla Von Der Leyen né tradiva la concreta possibilità. Se poi ci aggiungiamo l’elezione di Sassoli (PD) alla presidenza del Parlamento UE e del grillino Castaldo alla vicepresidenza, la concreta possibilità diventava una certezza.

Ci sarebbe dell’altro, ma vi rimando sul punto all’ottimo fondo di @Giuslit su La Verità. Quello che qui mi preme evidenziare è che in questo quadro “ostile”, la maggioranza gialloverde non poteva durare e Salvini, alla fine, ha fatto quello che riteneva più giusto fare: staccare la spina. Dunque, non gli si può certo imputare un errore per averlo fatto. Gli errori sono ben altri.

I rapporti con gli USA

In primo luogo, come ho detto, non ha preparato per bene il terreno e si è fidato di chi gli diceva che la crisi sarebbe inevitabilmente sfociata nelle elezioni. E questo terreno avrebbe dovuto essere preparato da tempo, con l’intessitura di una rete fitta di rapporti nazionali e soprattutto internazionali, che gli potessero garantire il pieno appoggio di alleati determinanti in caso di crisi. Parlo in modo specifico dell’amministrazione americana. Perché non basta solo qualche generica rassicurazione per indurre l’alleato yankee a stare dalla tua parte. E’ necessario che le rassicurazioni siano concrete e possano effettivamente realizzarsi. Gli USA non amano le ambiguità e la Lega non è stata abbastanza rassicurante su molti dei dossier a cui gli americani tenevano. In particolare il 5G e i rapporti con la Cina. Errore che non ha fatto Conte, visto che uno dei primi atti del Governo giallorosso è stato quello di esercitare il golden power proprio sul 5G. Trump non può che ringraziare e dunque guardare con benevolenza il nuovo governo (almeno per il momento).

La Lega dunque ha sbagliato a non spendere tempo e risorse per rafforzare e rendere indissolubile il rapporto con Trump. Gli americani sono concreti e quando c’è da tutelare i loro interessi, non badano se il loro interlocutore sia verde o rosso. Si preoccupano solo che quell’interlocutore sia affidabile o meno. I gialloverdi (e dunque la Lega) evidentemente non erano considerati affidabili, mentre potrebbero diventarlo i giallorossi, come Conte ha voluto dimostrare bloccando il 5G con la golden power.

L’abbandono del sovranismo

Il secondo e importante errore è stato quello di rianimare, durante il Governo, la vecchia Lega padana che ha effettivamente oscurato il “prima gli italiani” e – diciamo – il germinale “sovranismo” leghista. Non sfugge infatti che le pressioni che Salvini ha generato sul Governo per ottenere flat tax e autonomia differenziata siano state ben maggiori e quasi totalizzanti nella politica della Lega “governista”, e ciò al netto del contrasto all’immigrazione clandestina e dei temi securitari. Sul lato economico-sociale, in altre parole, abbiamo visto solo una Lega tendezialmente liberista e incapace di mettere al centro la Costituzione sociale. Anzi, Salvini ha fatto di tutto, durante questi mesi, per far dimenticare la battaglia no-euro (famoso lo slogan “Cambiamo l’Europa da dentro”), evitando peraltro di proporre misure per la crescita che sarebbero state considerate troppo “socialiste” (salvo “quota 100”).

Un errore che fa il paio con una informazione leghista poco chiara e spesso ambigua sul sovranismo, a volte abbandonato, altre volte ripreso (con poca convinzione) e oggi (almeno apparentemente) del tutto marginale nella macchina della propaganda leghista, che manca di un vero ed effettivo aggancio alla Costituzione sociale.

Errori recuperabili

I due errori non sono però irrecuperabili. O almeno non lo sono qualora Salvini decida di cambiare marcia e paradigma.

Quanto agli USA, è chiaro che la Lega salviniana deve lavorare intensamente per rafforzare le relazioni con gli USA di Trump. E visto che oggi la Lega non è più al Governo, l’unica strada che gli rimane è quella regionale. Governando diverse regioni, Salvini potrebbe effettivamente recuperare molto dei rapporti con l’amministrazione americana e l’economia USA, quanto meno a livello di affari e commercio. Certo, non è come stare al Governo, ma sono i segnali di concretezza e affidabilità quelli che contano. La Lega deve dare un segnale forte di affidabilità che implica contemporaneamente un’azione di opposizione che non faccia sconti al Governo su eventuali scivoloni nelle relazioni con gli USA, soprattutto sul piano geostrategico ed economico. Salvini, in altre parole, deve comunicare a Trump che l’unico interlocutore affidabile in Italia è e rimane solo la Lega.

D’altro canto, la Lega deve necessariamente cambiare paradigma economico. Se vuole rafforzare e allargare il proprio consenso, e consolidarlo da nord a sud, ha necessità di abbandonare sia il localismo e sia il liberismo economico. Che non significa diventare socialisti tout court, bensì che si intende rimettere al centro dell’azione politica la Costituzione economica del 1948. Il “prima gli italiani” non deve essere uno slogan “contro”, ma deve essere uno slogan “per”. Per restituire all’Italia la dignità perduta, la piena sovranità economica e monetaria e il diritto a pianificare una politica economica che sia fatta nel pieno ed esclusivo interesse della nazione.

Solo e se Salvini saprà reinventarsi concretamente (e dunque non solo elettoralmente), accantonando il leghismo nordista e il suo apparato, potrà effettivamente mantenere il consenso acquisito e tradurlo in voti, naturalmente se e quando il Governo giallorosso farà i suoi errori fatali (e li farà). Diversamente, il destino è tracciato: il declino.

E’ inutile negarlo però. La strada non sarà certo facile da seguire. Gli ostacoli ci sono. In primis, l’informazione completamente schierata a favore dei giallorossi. Poi l’Unione Europea che ha fatto di tutto per affossare Salvini. E  non per ultimo, le grane giudiziarie. Insomma, la strada è disseminata di mine ad alto potenziale. Ma del resto, la bravura di un leader e il suo chiaro disegno politico emergono proprio nelle difficoltà di percorso. Se Salvini sarà bravo a superarle nel senso sopra suggerito, e se davvero possiede un disegno politico chiaro per il nostro paese, prima o poi il riscatto arriverà e allora per gli euristi saranno giorni amari.

Governo al capolinea. Ecco gli scenari

Per come la vedo io, l’idea che dopo il 26 maggio, davanti alla quasi certa crisi di Governo gialloverde, nasca l’ircocervo PD+M5S, e cioè un Governo che vede il PD dentro e la Lega fuori, fa onestamente paura. Eppure – ahinoi! – è una prospettiva assai concreta e assolutamente fattibile (v. più giù). E’ vero che Zingaretti ha detto no, ma è altrettanto vero che nella politica non esistono i “no” assoluti. Il no, in politica, dipende da tanti fattori. Pertanto la porta chiusa del segretario PD non è per niente confortante.

La verità è che il destino politico dell’alleanza gialloverde è, a oggi, del tutto incerto. Il Governo sopravviverà alle elezioni europee? Oppure si scioglierà come neve al sole? Diciamo che, per quanto mi riguarda, è difficile dare una risposta. Le incognite sono troppe, pur ritenendo, tuttavia, che siano essenzialmente tre le ipotesi sul campo, escludendo le elezioni politiche immediate. Vediamole.

Crisi minima e rientro immediato.In questo scenario, dovuto essenzialmente alla tenuta del M5S e a un mezzo flop della Lega (nel senso che non raggiunge le percentuali suggerite dai sondaggi, fermandosi sotto), è quasi certo che Salvini e Di Maio si limiteranno a fare un mezzo rimpasto (tenendo però Tria e Moavero) onde proseguire con il Governo del “cambiamento”, che poi altro non è che una riedizione corretta e aggiornata dei soliti governi europeisti ai quali siamo abituati da tempo. Il problema è che questo scenario rischia di portare i nostri a sbattere contro lo spread, contro una crisi bancaria pronta a esplodergli fra le mani, e contro una finanziaria “lacrime e sangue” che non si può evitare (almeno 30 miliardi da recuperare o attivando la clausola IVA oppure tagliando e privatizzando come se non ci fosse un domani). Le infauste prospettive, in assenza di coraggio e cultura costituzionale per fare misure antispread e i minibot, diventano oggettivamente scogli insormontabili. Pertanto, lo scenario appare il meno probabile, poiché nessuno dei due leader sarebbe in grado di reggere la tensione.

Crollo del Governo e Governo di centrodestra + grillini dissidenti. E’ il Governo “ottimale” se si intende far risalire il PD nei sondaggi e preparare un’autostrada a Draghi. Un Governo simile non sarebbe certo gradito in Europa, soprattutto con Salvini premier, e dunque la tensione con l’Eurocrazia salirebbe alle stelle. Senza contare lo spread, la crisi bancaria e poi la finanziaria lacrime e sangue, che il centrodestra allargato farebbe molto volentieri (sono tutti liberisti, del resto), suicidandosi e aprendo non porte, ma portoni a Mario Draghi. Il PD intanto risorgerebbe e schizzerebbe in alto nei sondaggi, mentre la Lega crollerebbe, con il M5S spettatore. Ma può anche essere che in questo scenario alla Lega interessino poco i consensi qualora riuscisse a portare a casa la tanto agognata autonomia differenziata. Del resto, seppure sia vero che tiene anche alla questione immigrazione, è altrettanto vero che non si può avere tutto dalla vita. Scenario possibile e altamente godibile per gli euristi.

Crollo del Governo e Governo M5S + PD. Ecco, questo sicuramente è lo scenario peggiore in assoluto, almeno nell’immediato. Crollato il Governo, un nuovo giro di consultazioni al Quirinale e il PD si assume l’onere di sostenere con il M5S un Governo di emergenza per fare la finanziaria, prima di eventuali elezioni anticipate (da celebrare in ogni caso, al più tardi, nel 2021, per far eleggere il nuovo Capo dello Stato al Parlamento rinnovato). Ora, qui esistono due possibilità: o l’Europa improvvisamente diventerà flessibile e lo spread rimarrà buono, mentre la crisi bancaria non si verificherà, oppure il PD, scegliendo questa opzione nonostante i consensi non esaltanti, deciderà di immolarsi davanti a un’Eurocrazia pronta a chiederci i primogeniti. Scenario questo possibile e probabile. Dipenderà tutto da Zingaretti e dalla sua voglia di rischiare (v. sopra). Certo è che potrebbe persino andargli bene. Meno a noi, se mai dovesse verificarsi questa ipotesi (tremo solo all’idea che possano approvare lo ius soli).

Naturalmente esistono altri scenari, altrettanto possibili e per nulla remoti. Per esempio, dopo la caduta del Governo, Mattarella decide di sciogliere le Camere. E’ un’ipotesi tutt’altro che improbabile, ma che mi sento di escludere per varie ragioni. Una su tutte: saremmo in campagna elettorale tutta l’estate, con la crisi bancaria che preme, lo spread che sale e una finanziaria terribile da fare. Mi sembra davvero inverosimile che il Presidente della Repubblica decida in tal senso. E le dichiarazioni di chi vuole il voto nel caso cada il Governo, sembrano più dettate dai tatticismi che dalla reale volontà di andare al voto subito. Peraltro chi si dovrebbe assumere gli oneri di Governo nei mesi di campagna elettorale e fino all’insediamento del nuovo?

Un’altro scenario che potrebbe altamente verificarsi, è quello che vede la nascita di un Governo tecnico o del presidente, sostenuto da un ampio consenso parlamentare, come accadde nel 2012 con il Governo Monti (che ci regalò il pareggio di bilancio). Lo scopo – manco a dirlo – è quello di mettere a posto i conti pubblici e fare la finanziaria che piace tanto all’Europa, magari privatizzando e tagliuzzando qua e là il welfare che “non ci possiamo permettere perché non ci sono i soldi” (cit.). E’ sicuramente la scelta “migliore” per chi non vuole assumersi la responsabilità politica di portare avanti le istanze patriottiche e sovrane davanti al moloch europeista. Diciamo che per come conosco la politica italiana, è uno scenario piuttosto concreto, soprattutto se lo scopo è traghettare l’Italia verso nuove elezioni da tenersi al massimo entro la primavera del 2020.

In ogni caso, qualunque sia lo scenario, tutti – a eccezione di quello autenticamente sovrano – portano inevitabilmente a Mario Draghi e allo Stato ottocentesco, e tutti portano come data di scadenza della legislatura il 2021 (o il 2020, v. sopra). Per allora, infatti, dovrà essere operativa la nuova maggioranza, il cui compito sarà quello di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Ed questa la ragione che mi induce a pensare che il PD difficilmente potrà accettare di sostituire la Lega nel Governo con i 5s. Una scelta di questo tipo potrebbe pregiudicare la risalita trionfale nei consensi per quella data.