La banalità della demagogia “casta corruzione privilegi”

Non c’è nulla di populista né di democratico, nel predicare la demagogia “casta corruzione e privilegi”. Semmai questi sono elementi significativi della propaganda neoliberista che mira, al contrario, a rendere insignificante la democrazia sostanziale basata sulla Costituzione sociale del 1948. Un modo per indebolirla e mortificarla.

Prendiamo quelle iniziative invocate come “riforme” contro la “casta”, quali il taglio dei parlamentari, il limite ai due mandati, l’abrogazione dei vitalizi, il taglio di pensioni e altre agevolazioni per la classe politica. Ebbene, non sfugge che questo tipo di riforme siano in realtà uno strumento subdolo che mira a sterilizzare la democrazia sostanziale. Ciò perché, in un contesto così ostile, il parlamentare diventa un peone disposto a fare di tutto pur di rimanere attaccato alla poltrona.

Viene, nei fatti, mortificato il gioco democratico, la sfida politica, la vitalità delle idee. Vengono annichiliti i contenuti che favoriscono la stagnazione e i compromessi al ribasso. Viene consolidato il vincolo esterno, e cioè l’eterodirezione delle decisioni politiche, che sono spostate su un piano sfuggente al controllo democratico.

Il parlamentare, in questo clima, non è oggettivamente più libero. Nel senso che la sua priorità non è più l’interesse del paese, ma è il suo. E’ un paradosso: ma la riduzione di quelli che propagandisticamente vengono appellati come “privilegi”, rafforzano l’attaccamento del parlamentare a quelli residui. Diventa così vitale tenersi la poltrona per non perderli e si apre il mercato delle vacche. Chi se ne frega dei principi e degli ideali. Qualsiasi decisione o voto è eticamente giusto per preservare la posizione, soprattutto se non si ha più occasione di conquistarla o diventi più difficile riconquistarla, o non è conveniente conquistarla di nuovo.

La verità è che la democrazia ha e deve avere un costo economico che dovrebbe venir sopportato felicemente dal cittadino. Ma perché ciò accada, al netto di una più lungimirante selezione dei candidati in sede di elezioni, egli deve essere realmente libero, seppure questa “libertà” per alcuni possa apparire un privilegio intollerabile.

Se ciò è vero, diventa chiaro che quando la propaganda ci dice che quel costo può essere abbattuto cancellando gli “ingiusti” privilegi e asserendo che si ottengono i medesimi risultati con i rappresentanti politici “straccioni”, quella propaganda sta palesemente barando: la verità è che a un presunto risparmio corrisponde sempre una democrazia scadente che fa il gioco delle élite e di chi detesta i responsi elettorali.

In altre parole, fa il gioco di chi ama formare maggioranze e Governi nelle stanze del potere occulto, consultando il meno possibile i cittadini e facendo leva sull’egoismo di chi spesso più per fortuna che per merito conquista un seggio, senza altre chance e con l’unico obiettivo di conservarlo il più possibile per non perdere il premio finale, che un tempo avrebbe guadagnato anche solo dimettendosi il primo giorno di legislatura.

Ecco perché tutte queste riforme considerate irrinunciabili, di lotta agli sprechi, alla corruzione, ai privilegi della politica, in realtà sono una lotta alla democrazia. E cioè al nostro diritto di decidere chi deve governarci nel nostro esclusivo interesse.

L’inganno della propaganda sui costi della politica. Ecco perché

parlamento-italiano-sinistra-riformeChi non sarebbe d’accordo nel tagliare i costi della politica? Chi non vorrebbe vedere abbattuti i vitalizi dei parlamentari? Mi pare un po’ tutti. Del resto, questo è il fascino della demagogia: tagliare le remunerazioni della kasta, abbattere quelli che vengono percepiti come degli ingiusti privilegi. 

Ma è chiaro che abbattere certi privilegi, gli stipendi stratosferici, che spesso non sono giustificati dalla “produttività” che – in un’ottica puramente mercantilista – si pretende dai politici, ha un costo che pochi – davvero pochi – prendono in considerazione, tanto sono convinti che chi ci guadagna dalle sforbiciate, siano i cittadini, mentre chi ci perde sia la cosiddetta casta. E quel costo è maggiore e più pericoloso di uno stipendio spropositato, e consiste nel pregiudizio che simili politiche demagogiche potrebbero arrecare ai processi democratici.

Perché, vi chiederete. Beh… è molto semplice quanto banale. La risposta può essere trovata in un’altra domanda: perché a un politico, a un magistrato e ai vertici della diplomazia e delle forze armate, e in generale ai funzionari e ai direttori ministeriali, così come ai ruoli apicali degli enti pubblici, si riconoscono stipendi da nababbi? Facile pensare: “perché sono la casta e la casta vive sulle spalle dei cittadini“.

Vero a metà. E’ vero che questa è la casta, ma è anche vero che le remunerazioni di un certo livello, spesso slegate dalla produttività, sono invero legate alla responsabilità e ai compiti (delicati) di cui quelle persone sono investite. Nel caso dei politici, per esempio (ma il discorso vale un po’ per tutti), gli stipendi e i vitalizi rispondono a un principio costituzionale chiaro e incontestabile: la libertà e l’indipendenza del parlamentare. Essi dunque rispecchiano la garanzia che quel ruolo che costoro ricoprono non possa essere facilmente (dico facilmente, perché è chiaro che è sempre possibile, come esperienza ci insegna) corrotto e comprato dai poteri forti, dalle lobby e dunque da chi ha la capacità finanziaria di condizionare i processi democratici a proprio favore.

D’altra parte, è altrettanto demagogico – ed è persino falso – propugnare l’idea che tagliuzzare qua e là i soldi pubblici dati alla “casta” possa rappresentare un toccasana per i nostri conti pubblici. I costi della politica, rispetto al fabbisogno dello Stato apparato e dello Stato-comunità, sono una goccia nel mare; la loro diminuzione, per quanto sensibile agli occhi dell’opinione pubblica, non inciderebbe, se non marginalmente (e forse nemmeno marginalmente), sui costi complessivi della burocrazia.

La verità è che la propaganda sui costi della politica è più che altro utile per un’altra ragione: e cioè – appunto – la propaganda. In un contesto di profonda crisi economica, l’idea stessa di promuovere il taglio dei costi della politica come panacea dei mali endemici dell’economia italiana, fa presa sui cittadini, grazie soprattutto alla disinformazione, che omette (altrimenti non sarebbe cattiva informazione) quali siano le vere ragioni che piegano e piagano la nostra economia: assenza di sovranità economica e monetaria, l’euro, l’adesione all’Unione Europea e il progressivo trasferimento dei centri decisionali sui nostri destini là dove i processi democratici costituzionali (e dunque il nostro voto) non possano arrivare. 

Parlare di “caste”, “tagli dei costi della politica” e via dicendo, in altre parole, è un’arma di distrazione di massa ed è democraticamente deleterio, in parte perché attuare le agognare sforbiciate sugli stipendi dei parlamentari significa mettere la politica sotto scacco da parte dei poteri forti (del resto, il parlamentare “straccione” non ha nulla da perdere e molto da guadagnare nel portare avanti istanze e battaglie di una qualche lobby “riconoscente”), e dall’altra, perché disincentiva la partecipazione dei ceti medio-bassi all’attivismo politico, perché questo attivismo ha un costo che, davanti a una riduzione sostanziale dei finanziamenti e delle retribuzioni politiche, solo i ricchi potrebbero sostenere direttamente o indirettamente per mezzo dei loro figliocci (e qui torniamo non tanto al parlamentare “straccione”, quanto a quello “teleguidato”), con buona pace per la democrazia e per la nostra Costituzione.