Puoi disporre della tua vita, ma non della tua salute

Qualche tempo fa, sul Primoarticolo ho fatto una breve riflessione sui vaccini, in rapporto a quanto prevede la nostra Costituzione. Il sunto è questo: non è in alcun modo giustificata l’imposizione dei vaccini in assenza di un’emergenza sanitaria. Viene lesa la libertà individuale, perché viene imposto un trattamento sanitario obbligatorio (TSO), senza che vi siano comprovate ragioni di necessità e urgenza connesse a questa imposizione.

Salta all’occhio, perciò, che – attraverso i vaccini – si voglia imporre alla popolazione un sistema sanitario basico, terzomondista e coercitivo, non già basato su una scelta libera, responsabile e consapevole del cittadino, bensì su un assunto alquanto discutibile: l’infallibilità della scienza, che rappresenta la negazione della scienza stessa e si traduce in scientismo.

Dunque, oggi, più che la scienza, è lo scientismo a dominare. Per essere precisi, quello in voga nell’ottocento, il quale considerava la scienza infallibile e capace di offrire risposte, utilizzando i metodi scientifici, a ogni problema o bisogno dell’umanità; quello che – in altre parole – rappresentava la scienza come un costrutto dogmatico basato sull’idea che se lo dice la scienza, e dunque lo scienziato, è sicuramente giusto. E ciò anche quando i fatti e gli eventi non erano legati ai fenomeni in grado di essere indagati con i metodi scientifici. Oppure, quand’anche ricompresi in questi fenomeni, lo scienziato non aveva sufficienti dati per dare un responso univoco e definitivo.

Ed è attraverso lo scientismo di ieri che viene imposto oggi l’obbligo vaccinale, anche in assenza di una ragione emergenziale che giustifichi eticamente e moralmente tale imposizione, e dunque l’inviolabilità del proprio corpo. Il vaccino è la soluzione non perché effettivamente lo sia, ma solo perché lo dice la scienza a prescindere, diventando in questo modo un dogma, ossia una verità incontestabile se: a) non sei un uomo di scienza; b) non sei un uomo di scienza con un certo credito accademico.

Eppure, è curioso. Lo stesso scientismo zelante che sostiene l’obbligo vaccinale, non si preoccupa minimamente di “lottare” contro le proposte eutanasiche e quelle abortiste. La libertà di scelta di morire o di troncare una vita in grembo (perché in fin dei conti del tuo corpo si tratta) vale di più della libertà di scegliere se vaccinarsi o meno. E certo la differenza non può essere fondata su una ragione di “salute pubblica”, in primo luogo perché chi si vaccina sarebbe fuori pericolo in ogni caso (se il vaccino funziona, il risultato è safe), e poi perché chi non si vaccina è il solo che si assume il rischio e la (grave) responsabilità di una malattia infettiva per sé o per i propri figli.

La domanda è: perché? Perché i vaccini si devono imporre, mentre l’eutanasia e l’aborto sono libere scelte. In tutti i casi si tratta o si tratterebbe di decisioni afferenti alla sfera personale, alla salute dell’individuo e alla vita. Perché la libertà di scelta vale per ammazzarsi o per abortire, e non vale invece per evitare un trattamento sanitario obbligatorio che potrebbe (potenzialmente) danneggiare la persona?

E’ un mistero, e le risposte possono essere molteplici. La mia idea è che eutanasia e aborto in quanto libere scelte, rispondono a precise ragioni politiche, legate al globalismo economico e al favoreggiamento dei flussi migratori dai paesi del terzo mondo, e dunque alla decostruzione delle architetture costituzionali basate sulle tutele sociali e lavoristiche, che in ragione dei predetti flussi – connessi a una deflazione della natalità autoctona – favoriscono l’affermazione di società massificate e prive di coesione sociale e nazionale, le quali, a loro volta, rappresentano il terreno ideale per le politiche liberiste, fortemente incentrate sul mercato globale e sul dominio delle élite finanziarie.

Il silenzio della Chiesa sull’aborto fino al nono mese

La Chiesa attuale è quanto di più lontano ci sia oggi dalla Chiesa come io la intendo: e cioè come una fede che difende in primis Cristo e i suoi valori, che invero si dissolvono nel mondialismo, nell’immigrazionismo acritico e nella distruzione della civiltà cristiana, faticosamente costruita nei secoli passati. Pertanto, per me non è Chiesa quella che si preoccupa insistentemente degli immigrati, senza fare un’analisi del perché arrivino in massa in Italia; e non lo è, quando non si interroga sulle strette connessioni tra immigrazionismo, immoralità liberal ed economia neoliberista.

Ma, in verità, non è questo il punto, anche se in realtà le due “cose” potrebbero sono indubbiamente connesse. Quello che mi lascia stupito è il sostanziale silenzio della Chiesa (salvo sporadiche prese di posizione) sull’aberrazione dell’aborto fino al nono mese di gravidanza, la cui legge è stata recentemente approvata dallo Stato di New York negli USA (qui).

La Chiesa è così attenta ai diritti degli immigrati, anche quando questi diritti non hanno alcun fondamento, ma pare davvero disinteressarsi della vita e di come questa venga calpestata da simili leggi aberranti. E dico di più: spesso e volentieri, la Chiesa sembra si trovi maggiormente in sintonia con chi denigra i valori cristiani e chi vorrebbe una società fondamentalmente atea e ostile alla fede cristiana, anziché esserlo con chi vorrebbe difendere i popoli, la loro identità, la loro cultura cristiana e i valori supremi quali la vita e la famiglia, compromessi dal disegno neoliberista e malthusiano.

Questo genere di Chiesa mi è distante. Non rappresenta il mio essere cristiano, pur nella mia debolezza di peccatore. Questo genere di Chiesa mi sembra un’altra entità; un costrutto umano il cui scopo non è diffondere il Vangelo e convertire gli infedeli, facendo loro scorgere la bellezza di Gesù; questo genere di Chiesa sembra voglia invece nascondere Gesù e il Vangelo, per non urtare la sensibilità di chi non crede, in piena sintonia con una visione liberal e multietnica della società, così congeniale al neoliberismo finanziario, come spesso ho detto (qui).

La Chiesa riscopra il valore del Vangelo, che significa recuperare il vero spirito del messaggio cristiano, che non è immigrazionismo, non è il silenzioso accettare le aberrazioni liberal che vogliono l’uomo emancipato da Dio e da qualsiasi principio naturale: coma la tutela della vita e la tutela della famiglia naturale. La Chiesa torni a essere etica e capace di definire i valori non negoziabili, ponendo un argine alla deriva etica di cui questo tempo è dolorosamente afflitto.

Delirio americano: aborto fino la nono mese

Ormai siamo al delirio totale. Nello Stato di New York (USA), a maggioranza democratica, è stato approvata una legge, il Reproductive Health Act (RHA) che permetterà alla donna di abortire fino al nono mese di gravidanza. Avete capito: nono mese di gravidanza. Già di per sé l’aborto è un evento negativo, traumatico, un meccanismo malthusiano per selezionare le nascite e per limitarle, con la scusa della tutela della salute della donna. Ma addirittura permetterlo fino al nono mese di gravidanza, e cioè quando un bambino ormai è fatto e finito, diventa – a mio modo di vedere – omicidio.

Io mi chiedo come si possa partorire una legge simile, tanto che se c’è qualcosa che meritava di essere abortita sarebbe stata proprio una legge come questa. La quale viene giustificata con la incapacità del bambino di sopravvivere e con la omnicomprensiva tutela della salute della donna (in realtà – in ossequio al vocabolario politicamente corretto transgender – la legge parla di persona). In altre parole, l’aborto dopo la 24ma settimana – soprattutto è questa la terribile novità – viene giustificato con con una valutazione sulla incapacità del bambino di vivere autonomamente fuori dal grembo materno, ovvero qualora vi sia un pericolo per la “vita o salute” della donna. Ed è soprattutto qui che casca l’asino: la salute viene valutata a 360°, e dunque viene presa in considerazione anche quella psicologica o presunta tale, con tutte le implicazioni che ben potete immaginare.

A chiudere il cerchio poi intervengono rispettivamente la norma che permette l’aborto con l’assistenza di un operatore sanitario che non necessariamente deve essere medico e quella secondo la quale lo Stato non potrà intromettersi nell’esercizio di questo diritto, sicché – come hanno poi sottolineato molte associazioni prolife – la legge porterà inevitabilmente al calpestamento della libertà d’espressione e di coscienza dei prolife e degli obiettori (ostetriche e medici inclusi), perché di ostacolo al diritto della donna di abortire.

Deprecabile, infine, è la definizione di persona che viene data dalla legge sull’aborto newyorkese: “è Persona … un essere umano che è nato ed è vivo”. Questo significa che un bambino non ancora nato è meno che niente. Non conta nulla. Soprattutto non ha diritti.

Io mi auguro che Donald Trump e tutte le associazioni prolife, e persino la Chiesa, facciano valere il loro peso e la loro influenza per fermare questo scempio e questa deriva. Diversamente, il rischio è che poi questa visione malthusiana della società, che affligge soprattutto la cultura occidentale, si propaghi nel resto degli Stati Uniti e poi dagli Stati Uniti nel mondo, fino a noi.

Trump alla marcia pro-life per difendere la vita. Mentre da noi invece…

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Il presidente Trump, tanto vituperato e criticato, fa una cosa bellissima: partecipa, seppure in videoconferenza, alla marcia pro-life. Non è roba da poco per un presidente americano (che non vi ha mai partecipato, da quando la marcia venne istituita 45 anni fa), e che già qualche mese fa, tagliò i fondi alle cliniche e alle organizzazioni che promuovono l’aborto dentro e fuori il paese. Un segnale importante, dunque, per i sostenitori della vita fin dal concepimento, che vedono nell’aborto un crimine legalizzato.

La determinazione del presidente è emersa nelle sue parole: «Sempre più americani sono sempre più pro-life. Sotto la mia Amministrazione difenderemo sempre il diritto alla vita», ma anche in atti concreti, di cui uno ho già dato conto, ma che ne vede altri, come quello di attuare il famoso emendamento Hyde (che dal 1976 doveva essere aggiunto ogni anno a leggi di spesa federale), e con l’istituzione di un nuovo ufficio per “la libertà di coscienza e religiosa” per proteggere medici, infermieri e altri lavoratori del settore sanitario obiettori.

Insomma, una rivoluzione copernicana nella governance americana, che non ha purtroppo avuto nessun riverbero positivo qui da noi. Perché se è pur vero che nel programma elettorale del centrodestra, si parla di famiglia e natalità – e ciò è già un fatto estremamente positivo – è anche vero che si tace sui temi etici, come aborto, eutanasia e unioni civili. Quasi che, i disastri combinanti nella passata legislatura dal centrosinistra su questo fronte, non siano strategici nella prossima legislatura. 

Ma questo silenzio forse potrebbe avere anche una sua logica elettorale, se si pensa che in Italia certe tematiche sono troppo divisive e che pertanto, parlarne in campagna elettorale, potrebbe anche avere un impatto negativo sul consenso faticosamente costruito. Ed è questo quello che io personalmente voglio pensare: che si tratti di una strategia elettorale. Speriamo dunque di venire stupidi positivamente, qualora il centrodestra riesca a vincere e governare.

L’inverno demografico italiano. Cosa c’è davvero dietro il crollo delle nascite?

denatalita-italia-inverno-demograficoLa denatalità non è un fenomeno del tutto casuale. Non è data semplicemente da una serie di coincidenze non volute. E’ il frutto, quanto meno in parte, di un progetto politico che affonda le proprie radici nel dopo guerra, quando ancora gli italiani erano riuniti in famiglie numerose e il boom economico che ci sarebbe stato di lì a qualche anno, prometteva di proiettare l’Italia fra le maggiori potenze economiche del mondo. Il futuro si prospettava radioso; speranza che si sarebbe poi rivelata del tutto effimera, almeno a partire dalla fine degli anni ’70 e per precise ragioni legate proprio a un’inversione di rotta politica su natalità, matrimonio e famiglia.

L’inverno demografico che l’ISTAT ogni anno tristemente annuncia, ha dunque origine nelle politiche di destabilizzazione della famiglia, iniziate con una serie di leggi contro la famiglia e il matrimonio (divorzio e aborto in particolare). Leggi che, invero, ancora oggi rispondono a una visione dell’economia verticalizzata, poco disponibile a conciliare vita famigliare e produttività, nonostante negli anni siano state varate norme per la tutela della mamma lavoratice, che – detto francamente – nel settore privato sono rimaste quasi lettera morta. Senza contare che in molti casi si sono rivelate persino inadeguate.

Quel che è certo, è che questa demolizione della famiglia, nelle intenzioni delle élite che hanno progettato l’Unione Europea, ponendo peraltro le basi per il nuovo ordine mondiale nato dopo l’ultimo conflitto, risponde a un’esigenza di creare società massificate, dove i legami famigliari vengono rarefatti e depotenziati. In questo contesto, la deflazione demografica spinta sul duplice fronte dell’assenza di politiche per la natalità e di destrutturazione della famiglia, è stata definita come l’utile strumento di sterilizzazione e dissoluzione degli Stati-nazione.

Dissoluzione che però ha richiesto qualcosa di più: l’immigrazione di massa. Se infatti, l’introduzione di norme e leggi che minano la famiglia e il matrimonio sono state decisamente utili (e continuano a esserlo) per educare gli occidentali alla denatalità e a una visione egoistica e consumistica della propria vita (al mondo esisto solo io e i miei bisogni), dall’altra, l’incremento esponenziale dell’immigrazione di massa, slegata da un contesto culturale e sociale omogeneo, è destinata a rafforzare l’azione di dissoluzione della coesione sociale e identitaria del popolo-vittima. 

Non è un caso, del resto, che un popolo composto da arcipelaghi etnici, senza coesione, senza radici comuni, senza costumi e fede condivise, con una bassa (o nulla) natalità autoctona, non è un popolo, ma è una massa; e come tale, è facilmente governabile dalle élite, poiché privo di coscienza politica e incapace di realizzare le proprie aspirazioni di autoconservazione. L’apparato burocratico chiamato Stato (depotenziato e desovranizzato) diventa, in questo caso, l’unico elemento unificante, seppure posticcio e pericoloso, poiché definito, determinato, formato, plasmato e controllato dalle élite.