Starnutire a New York e sentirlo a Roma

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Se la filosofia economica è di tipo liberista, essa predica e pretende la libera circolazione delle merci, delle persone e quella dei capitali. E’ impossibile realizzare un’economia in stile Chicago Boys, senza rispettare i tre assiomi anzidetti. E l’Unione Europea garantisce tutti e tre. Anzi, l’economia dell’Unione Europea si basa essenzialmente sui tre pilastri liberisti della libera circolazione. Per cui, se qualcuno viene a dirvi, per l’ennesima volta, che no, in Italia il liberismo non esiste, vi sta dicendo una panzana: esiste perché noi siamo dentro l’Unione Europea, ed esiste perché usiamo una moneta straniera, l’euro. Di più! Proprio perché usiamo l’euro, viene realizzato il quarto assioma del liberismo: la moneta non controllata dallo Stato, ma dalle banche, con lo Stato che la chiede in prestito per finanziarsi, con tutti gli annessi e i connessi.

Una simile economia, dove l’intervento dello Stato è stigmatizzato, vietato e persino considerato immorale (v. alla voce ordoliberismo), per produrre PIL, deve puntare soprattutto sulla domanda esterna, e cioè sulle esportazioni. Ciò poiché rafforzare e sostenere la domanda interna, richiede necessariamente e inevitabilmente un certo interventismo statale, il quale andrebbe a stimolare la produzione industriale orientata alla domanda interna e l’occupazione. Bestemmie secondo i nipotini di Von Mises e Hayek. Più Stato significa più spesa, e più spesa significa più debito. E più di entrambi significa una maggiore redistribuzione del reddito, e dunque un generale miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne. Eventualità che le élite del capitale finanziario non vogliono, altrimenti non avrebbero messo su il baraccone eurista.

Le esportazioni intra ed extra europee dunque sono il cuore della filosofia economica ordoliberista europea. Le prime, quelle intraeuropee, permettono – attraverso il meccanismo dei cambi fissi e in assenza di dazi – lo scambio di merci, persone e capitali all’interno dell’Unione, soprattutto a favore delle economie più forti. Le economie più “deboli” non potendo svalutare, per essere concorrenziali fanno esattamente quello che non dovrebbero fare: scaricano sui salari e sul welfare (e dunque sulla spesa sociale) la competitività dentro l’eurozona. Mentre le seconde, permettono ai paesi dell’eurozona di esportare nei paesi extraeuropei, utilizzando una moneta comune stabile. La capacità di esportazione, però, in questo caso dipende anche dalle reciproche relazioni economiche dei paesi membri e dai vincoli comuni, sicché maggiore è il vantaggio che questa moneta e i suoi vincoli daranno ad alcuni paesi dell’eurozona e non ad altri, maggiore sarà la capacità dei primi di esportare nei paesi extraeuropei a danno degli altri. Da qui, l’enorme surplus tedesco, rispetto al più modesto surplus italiano.

In ogni caso, per quanto tutto ciò possa essere apparentemente vantaggioso (non per tutti), il grande difetto di un’economia basata sulle esportazioni riguarda la distruzione della domanda interna (e dunque della produzione orientata a soddisfarla, con l’occupazione conseguente) e la dipendenza della proprio PIL dall’estero e dunque da vicende economiche e politiche esogene che non possono essere controllate né previste. Se infatti la propria economia si regge sulle esportazioni di pneumatici verso gli USA, e per ragioni a noi ignote o comunque non previste, in USA cambiano le loro politiche economiche, vietando l’importazione di pneumatici, oppure vengono investiti da una grave crisi economica che fa crollare la domanda degli pneumatici, l’impatto che questi eventi avranno sulla nostra economia sarà piuttosto importante, determinando un crollo drammatico del nostro PIL.

Del resto lo possiamo vedere oggi, con il rallentamento della domanda mondiale e con il crollo conseguente della produzione industriale tedesca (a cui volenti o nolenti siamo legati), anche la nostra già asfittica economia è in seria difficoltà (siamo entrati in recessione tecnica). La forte dipendenza dall’estero e l’assenza di domanda interna, hanno comportato un veloce deterioramento della nostra debole economia e del PIL (da anni anemico). Per riprendere l’esempio degli pneumatici, la domanda di pneumatici è crollata; e le industrie che producono gli pneumatici dovranno venderli sottocosto al primo che capita, determinando tagli e licenziamenti, con un’ulteriore contrazione del PIL e un’ulteriore aggravarsi della recessione.

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