Se la Costituzione è come una Ferrari chiusa in garage

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Se i nostri padri costituenti potessero vedere cosa accade oggi, si chiederebbero se noi siamo davvero degni della Costituzione che ci hanno lasciato. Anzi, si chiederebbero per quale ragione essi ci hanno offerto uno strumento per combattere povertà e disoccupazione, e noi la lasciamo lì, come una Ferrari chiusa in garage, ad arrugginire, esaltandone solo i protocolli procedurali e un patetico antifascismo da operetta, dopo averla sfregiata con l’autonomismo e il vincolo europeo.

Eppure è accaduto. Possediamo questo bolide e non lo utilizziamo, perché ai nostri “amici” tedeschi e francesi non piace l’idea di venir superati in corsa. E quell’idea, peraltro, non piace nemmeno a coloro che, da decenni, studiano le modalità per smontarlo affinché non ci venga la tentazione di usarlo di nuovo. Per ora hanno messo il lucchetto al garage, spaventandoci: “Non aprite quel garage” … “Non guardate cosa c’è dentro” … “Potrebbe esservi fatale”.

La metafora è chiara. Il costrutto eurocratico, in parte dominato dai franco-tedeschi e in parte dai grandi capitalisti finanziari, è quella sovrastruttura che ha chiuso la nostra Carta nello sgabuzzino, perché noi non la utilizzassimo più. Ci ha permesso di giocare solo con il suo modellino in scala: quello, giustappunto, per imbrigliarci nell’eurocrazia e nel vincolo esterno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: deindustrializzazione e disoccupazione alle stelle, povertà e commissariamento della volontà popolare.

Soffermandomi sul dato occupazionale, il quadro è disarmante. La disoccupazione nostrana si attesta al 10,2%, mentre quella giovanile è sopra il 30%. Un disastro completo che purtroppo ci trasciniamo da un ventennio, e cioè da quando ci siamo legati mani e piedi all’euro, o se vogliamo usare ancora la metafora automobilistica, da quando abbiamo chiuso la Ferrari in garage per far piacere ai nostri “alleati”, mentre, entusiasti, smantellavamo il polo industriale pubblico e privatizzavamo le banche in nome dell’ordoliberismo eurocratico e della lotta agli sprechi e alla corruzione.

Eccoci dunque imprigionati nell’embrione di una specie di Stato liberale ottocentesco, dove la disoccupazione è alta, dove non esistono prospettive concrete per i giovani e questi o emigrano oppure si aggrappano disperati al miraggio di un posto nella pubblica amministrazione, dopo aver attraversato gli infernali gironi dei concorsi pubblici ai quali partecipano tanti concorsisti quant’è il numero di abitanti di piccole cittadine. Perché l’alternativa è davvero desolante: lavori sottopagati e precari in quel privato tanto osannato per negare la Costituzione sociale; lavori con un futuro annichilito e pieno di stenti, diseguaglianze sostanziali e deprivazioni. E hai voglia di avere i mutui al tasso del 2%, quando poi sono in pochi a poterli fare.

La priorità del resto è obbedire ai vincoli europei, che impongono, come puro Vangelo, gli assurdi rapporti debito/deficit/PIL, alimentando la più grande fake news della scienza economica: l’austerità espansiva. Che in realtà non è altro che l’affermazione del neoliberismo, un’ideologia politica mortifera per le classi subalterne, alle quali in questo modo vengono tarpate le ali dell’emancipazione dalla povertà e dalla disoccupazione, mentre le élite ingrassano, godendo di rendite finanziarie stabili e al riparo dell’inflazione, che in verità non uccide i salari, ma uccide proprio la remunerazione da capitale. L’euro, del resto, è stato messo in piedi per questa sola ragione: tutelare i capitali e le rendite a detrimento del lavoro.

Il nostro paese non può proseguire su questa strada autodistruttiva. E’ necessario che riprenda in mano le redini della propria potenzialità economica, rimettendo al centro la Carta costituzionale. E non già quella inutile parte che evoca un antifascismo da operetta del tutto pleonastico e persino subdolo, perché strumentalmente utilizzato per saldare i nostri destini al pernicioso neoliberismo, ma quella che ne rappresenta il cuore vivo e pulsante: la tutela del lavoro e del risparmio; lavoro e risparmio che oggi vengono negati agli italiani proprio in nome dell’eur(ope)ismo.

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