L’assuefazione ai social che crea l’auto-censura

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Ieri, Facebook ha chiuso gli account di Casapound sul proprio social e su Instagram. Per alcuni una censura bell’e buona che denuncia il clima di intolleranza nei confronti di chi, per una ragione o per l’altra, si discosta dalla narrativa ufficiale su certi temi, quali l’immigrazione e la sovranità. Una decisione quella del social americano che, per quanto allarmante, induce a una riflessione sul nostro essere troppo assuefatti alle comunità virtuali fino a scambiare la libertà di scrivere su queste piattaforme private come un esercizio di democrazia.

E’ chiaro però che i social non sono mai stati un reale luogo di dibattito aperto e libero, essendo semmai il luogo della conformizzazione del pensiero e dell’appiattimento delle idee. Con la scusa che un’opinione è troppo fuori dagli schemi, incita all’odio (ma poi chi lo stabilisce?) o “viola i nostri termini del servizio”, si sanzionano o si cancellano con un tratto di penna molte pagine, commenti o profili “sgraditi”, creando una rottura dell’informazione alternativa in favore di quella mainstream, e cioè di quella conformista e addomesticata dal potere.

Il fatto è che tutto ciò ormai è noto da tempo. Eppure, nonostante questo, si insiste nel continuare a usare i social come se fossero un servizio pubblico, quando in verità non lo sono. O meglio lo sarebbero per la vastità del loro raggio d’azione, ma nessun Governo (e men che meno quello italiano) ha mai seriamente preso in considerazione l’idea di sottoporre i social a una stringente normativa pubblicistica il cui scopo fosse proprio garantire che non si creino forme di censura selettiva (e anche questa ipotesi, alla fine, potrebbe persino essere controproducente).

Ma la verità è un’altra. Vista l’oggettiva impossibilità che un qualsiasi Governo decida in tal senso – anche perché oggi il social, avendo una struttura transnazionale, è invece lo strumento migliore per veicolare l’ideologia attualmente dominante (il globalismo liberal neoliberista) – diventa urgente elaborare forme di comunicazione alternativa. In altre parole, il web non può coincidere con il social, né dovrebbe. E del resto, fino al 2005/2006, i social nemmeno esistevano e le informazioni circolavano lo stesso, e nessuno parlava di fake news. Le comunità si concentravano sui forum e sulle mailing list, che oggettivamente sfuggivano a qualsiasi forma di censura.

Insomma, è necessario rompere l’assuefazione ai social e ripristinare un sistema particolaristico e capillare di diffusione dell’informazione alternativa. Il rischio, al contrario, è l’auto-censura. Riducendo i canali di comunicazione web ai social, ci si sottopone infatti volontariamente alla censura, e cioè a un sistema privato che decide cosa deve passare e cosa non deve passare sulla sua piattaforma, salvo poi lamentarsi dopo per la censura.

Se si vuole manifestare effettivamente la libertà di parola e pensiero in un mondo, quello virtuale, dove non esistono confini fisici o barriere, è sbagliato rinchiudersi in un recinto e poi lamentarsi delle regole imposte dentro quel recinto. E’ sufficiente uscire da quel recinto. Quando lo capiremo, i social perderanno potere, influenza e la capacità di censurare le informazioni e i pensieri sgraditi.

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