Il fallimento della Lega che ne preannuncia il declino

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La Lega ha fallito e il declino ormai appare inevitabile, nonostante tutto. Pochi i dubbi in proposito. Il rischio di questo fallimento inizia a intravedersi ora, con la possibile nascita di un Governo giallorosso che sappiamo esattamente a cosa potrebbe portare (vedi qui).

Ma il fallimento della Lega non sta tanto nell’aver staccato la spina al Governo gialloverde, quanto nelle ragioni che hanno indotto i leghisti a staccarla e nel fatto che la Lega non è riuscita, in questi quattordici mesi di Governo, a trasformarsi in un partito di massa pluriclasse. E’ rimasta pervicacemente arroccata alle istanze nordiste, alle politiche economiche fallimentari supply side ed export led; ha ascoltato solo le ragioni e le istanze degli “contoterzisti” della Germania che stanno al nord, preoccupati che l’eventuale italexit o uno scontro (seppur moderato) con l’Europa potesse pregiudicare le loro commesse e i loro affari.

Ha ottenuto un consenso storico al sud. Ma rischia ora di scialacquarlo, perché la visione che questa Lega ha del sud non è mutata, nella sostanza, rispetto al passato. Del resto, le uniche idee che abbiamo sentito riguardo il sud, sono sempre (state) in chiave di “liberazione” del nord. Le stesse ragioni alla base dell’autonomismo sono chiare: con l’autonomismo, il sud si responsabilizza e ci guadagniamo tutti. Idee, dunque, che dimostrano la scarsa volontà di risolvere le problematiche del sud, certificando il paradigma nordista che ancora persiste nel leghismo salviniano, e cioè che il sud progredisce solo se il nord diventa autonomo.

Questa Lega ha fallito, non avendo mutato il proprio paradigma e non avendo capitalizzato il consenso per trasformarsi in un grande partito di massa pluriclasse e nazionale, il cui scopo programmatico non fosse l’autonomismo del nord o il liberismo export led, ma il ripristino della legalità costituzionale e l’economia sociale disegnata nella nostra carta.

Ora siamo punto e a capo. Il declino della Lega non è affatto un’ipotesi fantascientifica, come qualche fan spera. I segnali di questo declino inizieranno a intravedersi a settembre e si consolideranno in un crescendo esponenziale dopo la finanziaria. Intanto i primi a certificarlo saranno i sondaggi, che seppure da prendere con le pinze (soprattutto per quanto riguarda la Lega), certificheranno tutti un calo sempre più evidente del partito di Salvini, soprattutto nelle regioni del sud, con un rafforzamento del PD, il cui destino, tracciato in questi giorni grazie ai grillini, sarà quello di inglobare i 5s e scegliere (ancora una volta) il nuovo presidente della Repubblica nel 2023.

Arriveremo a Draghi senza nemmeno accorgercene, con un’Italia completamente deindustrializzata, socialmente demolita dalla crisi economica e dall’immigrazione globalista, ed economicamente sotto la forte influenza della ditta franco-tedesca. E Salvini, a quel punto, sarà solo un ricordo, con una Lega che, abbandonato il sud al proprio destino, si rinchiuderà ancora una volta nel suo nord di contoterzisti, a sbraitare di indipendentismo, di autonomismo e di Padania.

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