Il crollo del muro di Berlino e il declino delle democrazie occidentali

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Ieri era il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. E immancabilmente ci sono state le celebrazioni sulla caduta dei regimi comunisti. A mio avviso, un profluvio di stucchevole retorica, che, ancora una volta, mira a confondere le acque, onde distogliere l’attenzione dalla drammatica realtà economica e sociale che viviamo.

Il muro di Berlino è caduto, ma diversamente da quanto si possa pensare, non si è limitato a cristallizzare la liberazione dei popoli dall’oppressione dei regimi dell’est, ma ha traghettato quell’oppressione nell’occidente, decretando il declino delle democrazie popolari occidentali. Perché la caduta del muro, in realtà, ha agito da “tana libera tutti”: ha decretato la vittoria del mercato sulla società; del capitale (soprattutto finanziario) sulle classi subalterne. Del neoliberismo hayekiano sul keynesianismo; del paneuropeismo sugli Stati Nazionali fondati sulle costituzioni sociali.

Non è un caso che la caduta del muro di Berlino rappresenti effettivamente l’ultimo degli spartiacque; l’ultimo che separa un mondo ideologicamente diviso in due blocchi e un mondo – quello attuale – dove i blocchi invero sono stati sostituiti da un sistema altrettanto oppressivo per la libertà e il benessere collettivo; qualcosa di subdolo, soprattutto perché non si vede e non si percepisce immediatamente, tanto è sottile la propaganda che lo incensa ogni giorno sui media, nella rete e persino nelle istituzioni e nei centri educativi come le scuole e le università.

La verità è che non si può affermare con assoluta certezza di essere oggi più liberi di ieri, quando c’era il muro con le sue nette contrapposizioni ideologiche. Paradossalmente, oggi la libertà è comunque compressa, perché l’ideologia di cui siamo ostaggio, quella del capitale (con i suoi corollari politicamente corretti), ha instaurato un regime che si propone sì obiettivi diametralmente opposti rispetto all’ideologia del socialismo reale, ma con gli stessi mezzi del blocco orientale: limitazione della libertà di stampa e di espressione, demonizzazione dell’avversario politico che si allontana dalla narrativa dominante, controllo sociale e sterilizzazione delle istanze democratiche (v. vincoli di bilancio, esterni e burocratici).

Gli obiettivi – dicevo – sono però opposti, poiché se i regimi comunisti propugnavano, teorizzavano e cercavano di perseguire la dittatura del proletariato, l’ideologia attuale, quella neoliberista, definitivamente liberata dalla caduta del muro di Berlino, mira alla dittatura del capitale e della rendita finanziaria, cioè alla definitiva demolizione delle socialdemocrazie o delle democrazie keynesiane, nate e affermatesi in occidente nel dopoguerra, con il malcelato tentativo di ritornare a un sistema socio-economico ottocentesco, basato sul gold standard, sulla privatizzazione dei servizi, sulla sottoproletarizzazione del lavoro e sui diritti politici censuari.

E qui siamo alla questione centrale (e finale). La caduta del muro di Berlino non simboleggia solo il crollo del blocco comunista orientale. Simboleggia anche (e soprattutto) il declino democratico del blocco occidentale, quello basato sulle costituzioni nazionali sociali, proiettatosi così – anche grazie alla tecnologia informatica – in una dimensione globale, estremamente confacente al capitale cosiddetto apolide. E non è un caso che il crollo dei regimi orientali abbia accelerato il processo di integrazione europea con il Trattato di Maastricht (1992) e la nascita della moneta unica: il summa ideologico del neoliberismo sovranazionale, e cioè della prevalenza del capitale e della rendita finanziaria sul lavoro.

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