Contribuire al PIL italiano anziché a quello straniero

—   Lettura in 3 min.

Stamane sono andato a fare alla spesa in un supermercato. In molti casi, se si compra solo in base al prezzo, sicuramente si risparmia. Ma se si compra non solo in base al prezzo, ma anche con un occhio di riguardo alla provenienza del prodotto, allora forse si risparmierà un po’ di meno, ma certamente si darà un contributo al PIL nazionale, anziché a quello straniero. Perché – vedete – in alcuni supermercati, soprattutto stranieri, la strategia è chiara: in mezzo ai prodotti nostrani (soprattutto nel settore cibo), fanno capolino i prodotti stranieri, soprattutto nel settore nofood. Sicché, comprando quei prodotti, non solo non contribuite al PIL dell’Italia, ma arricchite quella nazione straniera nella quale il prodotto è stato confezionato o fabbricato. Voi forse risparmierete qualche euro, ma è certo che contribuite a impoverire l’economia italiana.

Il meccanismo, del resto, è noto in letteratura come mercantilismo, figlio più che legittimo del liberismo. Grazie alla libera circolazione di merci, persone e capitali, chiunque infatti può venire in Italia, aprire il proprio negozio di prodotti stranieri e vendere quei prodotti, magari a un prezzo più vantaggioso degli equivalenti prodotti italiani. E noi, che ragioniamo solo in base al nostro portafogli senza domandarci il perché quei prodotti hanno un costo nettamente più basso, siamo ben felici di acquistarli, pensando al risparmio, salvo poi lamentarci che i nostri figli sono disoccupati e non trovano lavoro, o che le aziende italiane chiudono o delocalizzano.

E ti credo che chiudono o delocalizzano! Se compro un rasoio elettrico prodotto in Germania (o in Cina), perché costa trenta euro anziché cinquanta come quello italiano, hai voglia di lamentarti che l’azienda italiana che produce rasoi elettrici licenzia o delocalizza all’estero perché in Italia non ce la fa più. Sei tu che, acquistando il prodotto tedesco (o cinese) anziché quello italiano, vantandoti poi di aver risparmiato, stai causando (volente o nolente) la sua chiusura o la delocalizzazione di quell’azienda italica, perché stai veicolando la tua “ricchezza personale”, il tuo reddito (quei trenta euro) nel PIL nazionale della Germania (o della Cina), sottraendolo all’Italia. In altre parole, stai finanziando l’economia tedesca (o cinese) e stai de-finanziando quella italiana.

Tutto ciò però accade perché non si è più monetariamente ed economicamente sovrani, e lo Stato non può stimolare la domanda interna con le opportune politiche nazionali industriali, anche agendo come player economico. Siamo in mano a chi crede che esportare sia l’unica soluzione per crescere, salvo che, credendo in questa grossolana balla, favorisce la colonizzazione economico-mercantilistica straniera, perché è chiaro che se tu predichi la libertà di esportazione, poi devi anche garantire la libertà di importazione. Dunque, siccome in Italia le leggi lavoristiche – grazie alla carta del 1948 – sono più garantiste per i lavoratori, ecco che nel nostro paese il prodotto italiano costa parecchio di più e perde davanti alla concorrenza straniera.

Per alcuni – gli stessi che tifano mercantilismo – naturalmente la soluzione al problema esiste. E no, non è chiudere le frontiere, rimettere i dazi e stimolare la domanda interna con interventi massicci dello Stato. No. La soluzione è più “banale”: abbattere i salari ed eliminare le garanzie per i lavoratori. Così i nostri prodotti torneranno a essere competitivi sia sul mercato interno e sia su quello estero, e il problema viene risolto alla radice… Sì, ma per gli investitori, per i capitalisti finanziari, per i padroni d’azienda, ma non per i lavoratori che vedono diminuire le loro garanzie, la loro stabilità economico-lavorativa e la loro capacità di progettare il futuro per sé e per i propri figli.

Ecco dunque a che serve il mercantilismo. Se non a colonizzarci con i prodotti della nazione economicamente dominante (grazie al fatto che noi abbiamo rinunciato a esserlo) la quale ci impone (a prezzi ribassati e concorrenziali) i suoi prodotti, quanto meno ad abbattere le tutele sociali e i diritti sociali, per essere più competitivi nel mercato. Ma è una competitività che i cittadini (i lavoratori) pagano a caro prezzo: con la loro stabilità economica, la loro capacità di progettare il futuro, e dunque con la loro ricchezza e la loro salute. Insomma con la loro libertà.

Morale della favola? Quando entrate in un supermercato, soprattutto discount, prima di mettere il prodotto con il prezzo allettante nel carrello, guardate dove è fabbricato, lavorato o prodotto. Anche nel vostro piccolo, se vorrete, potrete contribuire al PIL italiano, semplicemente scegliendo un prodotto italiano, anziché un prodotto straniero.

Se vuoi rimanere aggiornato sulla pubblicazione di nuovi post, iscriviti al canale Telegram