Breve guida alla perdita della sovranità nazionale

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Molti italiani ormai conoscono il termine sovranismo, e molti hanno sentito parlare di perdita (o svuotamento) della sovranità nazionale (e non solo), ma pochi, in realtà, riescono a focalizzare con precisione in cosa consista la strategia che mira a cancellare gli Stati nazionali e in cosa consista il sovranismo. E in effetti è difficile capirlo con chiarezza. Dunque cercherò, con parole semplici e evidenti semplificazioni, di fare il punto della situazione, soprattutto a beneficio di coloro che non riescono ad afferrare la complessità della questione, che certo qui non può essere riproposta.

I quattro fronti della desovranizzazione

La strategia di svuotamento della sovranità nazionale opera su quattro fronti: moneta, debito, assets strategici e spesa pubblica. Sono questi gli ambiti in cui vengono manovrate sapientemente le leve per incidere negativamente sulle sovranità nazionali, perché sono questi gli strumenti che definiscono (economicamente) la sovranità di uno Stato.

1. LA MONETA. Il primo fronte dunque è la moneta. Uno Stato nazionale, sovrano e indipendente ha un privilegio e un potere: battere moneta. Quello che qui è importante sapere è che la sovranità di uno Stato si realizza attraverso questo potere, poiché la moneta nazionale è il bene legale di scambio nelle transazioni nazionali. Tramite la moneta e il suo uso, lo Stato può influenzare l’andamento dell’economia nazionale (es. l’inflazione, il potere di acquisto dei salari, gli interessi sul debito pubblico, le esportazioni ecc.) e può rapportarsi agli altri Stati sovrani. Nel momento in cui uno Stato non ha più il potere di battere moneta e di influenzarne il valore (la rivalutazione o la svalutazione), perde un importante pezzo della propria indipendenza e sovranità. Come, del resto accade all’Italia con l’adozione dell’euro, una moneta “straniera” sulla quale il nostro paese non ha alcun potere, essendo questo esercitato dalla Banca Centrale Europea, organo indipendente rispetto agli Stati membri dell’Unione Europea.

2. IL DEBITO. Il secondo fronte è il debito. Lo Stato raccoglie denaro dai privati, corrispondendo loro un interesse. Il tutto, normalmente, per mezzo della moneta nazionale. In uno Stato sovrano e indipendente, con moneta sovrana, non esistono normalmente tetti all’indebitamento e l’indebitamento normalmente non incide negativamente sull’andamento dell’economia nazionale. Il problema nasce quando il debito è espresso in una moneta straniera (l’euro) ed è (parimenti) detenuto in tutto o in parte da soggetti stranieri. In tal caso, lo Stato non può più influenzare il tasso di interesse sui titoli emessi (esempio, ordinando alla Banca Centrale di acquistare i titoli per tenere basso il tasso). I titoli del debito pubblico fluttuano nel mercato libero, e i tassi sono decisi dal mercato medesimo. Voi potete immaginare, che così facendo, uno Stato di fatto viene considerato come un “privato” che firma cambiali a banche e speculatori, e il tasso di interesse su queste cambiali viene deciso (o solo influenzato) non dallo Stato, bensì dagli stessi potentati finanziari che detengono nel loro portafoglio i titoli dello Stato. Sicché costoro, in questo modo, tengono in ostaggio lo Stato, limitandone o peggio orientandone fortemente le politiche in una direzione che non sempre (anzi, ormai quasi mai), sono in favore del popolo e della nazione. Ed è ciò che accade oggi all’Italia.

3. ASSETS STRATEGICI. Il terzo fronte: assets strategici. Normalmente uno Stato possiede attività economiche nei settori strategici dell’economia nazionale: telecomunicazioni, energia, trasporti e sviluppo tecnologico, nonché opera un stringente controllo sugli stessi o su altri (es. il settore bancario). La realizzazione della sovranità e della democrazia passa, dunque, anche attraverso una presenza “strategica” dello Stato in queste realtà. Il venir meno della presenza dello Stato in determinati settori, tramite un processo di deregolamentazione e privatizzazione (inseguendo la logica neoliberista dello Stato-azienda che deve incassare più di quanto spende, non deve indebitarsi e non deve ingerirsi nell’economia), non può non incidere negativamente sulla sovranità, soprattutto se il piano delle privatizzazioni determina – guarda caso a prezzi stracciati – l’acquisizione di questi assets da parte di gruppi e potentati interni e/o (soprattutto) stranieri; gli stessi che – normalmente – condizionano queste vendite e il loro prezzo, attraverso i giochi speculativi sul debito pubblico in un contesto non sovrano (v. Grecia).

4. SPESA PUBBLICA. Non meno importante è la politica sulla spesa pubblica. Uno Stato sovrano investirà nel settore pubblico (soprattutto istruzione e sanità) per offrire maggiori servizi ai cittadini e combattere le diseguaglianze. Ma in una logica desovranizzata, dove il debito fluttua liberamente sul mercato, il welfare risulta essere fonte di instabilità, poiché la relativa spesa che non può essere compressa dentro i limiti delle entrate fiscali (per ovvie ragioni), determina un incremento dei tassi di interesse e un deprezzamento dei titoli del debito pubblico, e dunque ingenera scarsa “sfiducia” (così viene chiamata) degli investitori, che vedono il loro investimento diminuire di valore. Ecco, dunque la trappola della desovranizzazione: per evitare l’incremento della spesa (e vedersi dunque meno investitori disposti a comprare titoli del debito pubblico), e raggiungere così il pareggio di bilancio (v. più avanti), lo Stato inizia a tagliare il welfare, riducendo le tutele sociali (soprattutto nei settori dove la spesa corrente è maggiore: sanità e istruzione). I risultati si riverberano negativamente sulla società, ampliando la platea dei poveri e di tutti coloro che risultano privi di tutele sociali.

Riassumendo, l’uso di una moneta straniera impedisce a uno Stato di determinare le politiche monetarie ed economiche di interesse nazionale; questo limite incide (negativamente) sulla possibilità per lo Stato di controllare l’andamento del proprio debito pubblico, di attuare politiche sui tassi di interesse e di operare con efficienza sul tessuto economico per favorire il raggiungimento della piena occupazione e uno sviluppo sostenibile.

Pareggio di bilancio e fisco. Puntualizzazioni

Come anticipato, in un contesto non sovrano o di cessione della sovranità monetaria ed economica, il debito pubblico, giacché diventa una componente importante di finanziamento (anzi determinante), richiede che questo e la spesa pubblica siano vincolati a precisi parametri correlati al PIL (i cosiddetti parametri di Maastricht). Da qui l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio (art. 81, così come modificato con L. Cost. 20 aprile 2012 n. 1). Sicché, non solo lo Stato non deve operare in deficit, ma deve anche abbattere debito. E ciò può essere fatto solo e inevitabilmente con manovre economiche oppressive (soprattutto fiscali e strutturali) che impattano negativamente sull’economia (il PIL) attraverso un aumento generalizzato della pressione fiscale (soprattutto indiretta) e/o una destrutturazione dello stato sociale (v. sopra il punto 4), ovvero ancora una dismissione emergenziale degli assets di Stato in favore degli onnipresenti potentati privati nazionali e internazionali.

Sovranismo

E qui arriviamo al sovranismo. In questo contesto, il sovranismo è una proposta politica forte che mira a ripristinare la sovranità italiana in materia economica e monetaria (e dunque anche politica), attraverso la distruzione del giogo europeista, basato – sappiamo – sui vincoli debito/PIL, deficit/PIL (Maastricht e successivi). L’intento è recuperare la piena sovranità, affinché siano gli italiani, attraverso le istituzioni democratiche, a decidere quali politiche economiche perseguire e in che termini perseguirle. Oggi, tutto questo non è possibile, perché se anche sia vero che gli italiani votano il parlamento e il governo, costoro alla fine attuano i programmi politici ed economici decisi dalla Unione Europea, i cui organismi decisionali non sono eletti dal popolo italiano.

Conclusioni

Davanti a queste evidenze, se è ormai chiaro che l’Italia non è più un paese pienamente sovrano – pure complice la nostra classe politica, che in questi ultimi trent’anni ha lavorato per una devoluzione sempre più ampia della sovranità (che la Costituzione riconosce al popolo italiano e solo a questo) a entità e strutture sovranazionali (Unione Europea), affatto legittimate elettoralmente e costituzionalmente – diventa oggi impellente invertire la rotta politica, anche a fronte delle folli politiche economiche e monetarie perseguite a livello europeo, estremamente perniciose per la nostra economia e palesemente contrastanti con il modello economico costituzionale, incredibilmente ignorato dai governi italiani che si sono succeduti negli anni, i quali – appunto! – gli hanno preferito quello “tedesco”, imposto agli Stati membri dell’Unione Europea attraverso i vari trattati comunitari.

Recuperare la sovranità è fondamentale per la nostra sopravvivenza come Stato e come nazione. Asserire il contrario, è non solo antipatriottico, ma è persino una sconfessione della nostra carta fondamentale, quella che i nostri padri costituenti non ci hanno donato per inseguire – negandola – i sogni egemonici di altre nazioni europee. Ecco perché – contrariamente a quanto sostiene la narrazione mainstream – l’essere “populista” non significa affatto sposare un qualsiasi genere di estremismo, bensì significa difendere i valori propri della Costituzione e assumersi l’onere e il fardello di riportarla al centro del dibattito politico e dei destini del popolo italiano.

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