Tuttosubitismo e prospettive Italexit oggi

Riprendo un po’ l’argomento sul “tuttosubitismo” di cui vengono accusati alcun sovranisti critici nei confronti dell’attuale Governo (e non mi riferisco ai veri tuttosubitisti: quelli che vorrebbero il decreto exit oggi per uscire ieri). E lo riprendo, facendo il punto sulle reali prospettive (future) di uscita dell’Italia, se non dall’Europa Unita, quanto meno dalla moneta unica. Ebbene, a conti fatti, oggi come oggi, non esiste alcuna prospettiva realistica che ci possa portare per via endogena, tanto nell’immediato quanto in un futuro più lontano, fuori dall’euro.

Le ragioni sono sotto gli occhi di tutti, e solo un cieco o un uomo di grande fede non le vedrebbero, leggendo semmai, in questa sostanziale indifferenza sulla questione noeuro, una improbabile strategia che vorrebbe un lavorio sottostante da tenere segreto, come tale propedeutico a una possibile uscita. Nulla di tutto ciò. Siamo onesti: l’arretramento è politico, è consapevole ed è connaturato in parte alla “paura”, alla forza degli avversari sovranazionali, alla presenza di un deep state burocratico e politico fideisticamente eurista, e dall’altra a un incerto approccio pragmatico sulle questioni economiche e sociali, diffuso nei partiti di Governo, che se per un verso non sembrano avere gli strumenti culturali e politici per comprendere l’importanza dell’italexit in chiave di tutela dell’interesse nazionale, dall’altra continuano a subire (consapevolmente o meno) le forti influenze ideologiche neoliberiste frutto della martellante propaganda degli ultimi decenni.

Prendiamo la Lega. In realtà, il partito salviniano non sembra essere un partito strettamente sovranista. Per un certo tempo ha dato questa impressione (v. la campagna noeuro), e persino il sottoscritto ha confidato nel sovranismo salviniano, considerandolo una evoluzione inaspettata (e positiva) del partito che fu di Bossi (partito puramente liberista). Ma, salvo sorprese future (sulle quali ho davvero scarse speranze), oggi, davanti alla prova dei fatti, è difficile credere che un partito nato in una prospettiva localista (prima secessionista e poi federalista) e la cui dottrina economica ha i suoi riferimenti in Hayek e Friedman (via Miglio), potesse essere realmente cultore di un approccio sociale o se vogliamo keynesiano all’economia e alla società, soprattutto in un contesto di ripristino e attuazione della Costituzione del 1948. Certo – ripeto – mai dire mai, e dunque stiamo sempre lì a osservare e sperare. Allo stato, però, la Lega sovranista, al netto delle percentuali ottenute alle politiche del 2018, esiste per lo più nei tweet di Borghi e Bagnai, mentre esiste molto meno (se non esiste proprio) nei suoi quadri dirigenti, nella realtà programmatica e nell’azione politica complessiva, dove prevale ancora la logica neoliberista ed eurista, legata al nordismo.

Il M5S, invece, manca del tutto delle basi tecniche e culturali per abbracciare una concezione sovranista dell’economia e della società. Ricordo infatti che il M5S è nato in chiave antipolitica e dunque come feroce critica delegittimante del sistema, senza però avere un’idea chiara e complessiva di come questo sistema dovesse venir riformato. Il sovranismo però non è antipolitica, bensì rappresenta l’attuazione integrale della Costituzione del 1948 in antitesi all’integrazione europea. Dunque, l’approccio del M5S è l’opposto di un qualsiasi approccio sovranista, benché vi sia stata una fase del M5S nella quale il tema sovranista è stato dominante. Ma tutto è finito lì. Se oggi esiste un partito lontano dal sovranismo, o meglio che ha idee poco chiare sull’argomento, ma che nel contempo è fortemente populista, questo è il M5S. Difficile dunque aspettarsi italexit tramite questo movimento politico; è più facile invece aspettarsi un comportamento sostanzialmente euroconservatore.

E’ chiaro dunque che la critica al “tuttosubitismo” è la critica di chi, per comprensibili ragioni, vuole illudersi che italexit sia solo una questione di strategia e di paziente attesa, e che i nostri stiano lavorando perché questa avvenga (se non oggi domani), là dove invece così non è. E ciò è un male per il sovranismo, quello vero, ed è un male perché se da una parte questa illusione indebolisce il fronte contrario alla moneta unica, perché smorza la pressione sovranista sul partito di riferimento (in tal caso la Lega), dall’altra rafforza il fronte eurista, che può additare i sovranisti come un bluff populista, delegittimandone le aspirazioni e le prospettive.

La critica “tuttosubitista”, perciò, non sta nel pretendere che si esca immediatamente quando ciò è ragionevolmente impossibile – e sul punto si è d’accordo con chi ritiene che fare un decreto oggi per uscire ieri sia semplicemente folle, soprattutto se l’italexit non è scritto nel programma di Governo – quanto nel fatto che dei segni sovranisti prodromici non si vede alcuna traccia. Di più! Non solo non v’è nulla che faccia anche solo pensare che la battaglia noeuro non sia stata abbandonata e che arda invece, più viva che mai, sotto le ceneri di un Governo sotto tutela eurista, ma addirittura si adottano comportamenti politici contrari, che fanno pensare a un cambio di rotta di 180 gradi.

Insomma, se in astratto ci sta pure l’idea che i partiti dell’attuale maggioranza non abbiano la forza o l’intenzione politica di predisporre l’uscita dall’euro, il problema vero della mancata (presente e, soprattutto, futura) italexit non è contingente e non è prevalentemente legato alle forze del lato oscuro che tramano contro, bensì – come abbiamo visto – riguarda l’essenza stessa dei partiti di questa strana maggioranza. Il “tuttosubitismo”, dunque, non è un j’accuse contro il Governo in sé o contro la mancanza di un progetto di uscita, ma contro l’assenza di un background politico e culturale che impedisce a chi ci governa oggi di comprendere appieno la fondamentale e cruciale importanza di uscire al più presto dalla moneta unica. Finché questo background è quello hayekiano-friedmaniano, finché si pensa che la crescita sia solo una questione di lotta alla corruzione, di taglio dei privilegi e delle tasse, financo la riduzione del numero dei parlamentari, allora gli euristi potranno dormire sonni tranquilli; meno i sovran-attendisti, i quali dovranno attendere davvero un bel pezzo prima di vedere l’Italia fuori dall’euro, ammesso mai accada.