Trump e il Russiagate. Siamo a un passo dall’impeachment?

Qualche giorno fa ho dato conto del licenziamento in tronco di Comey, ormai ex capo delle FBI. Le ragioni ufficiali sono legate a una presunta incapacità di Comey di guidare il bureau con efficienza. Ho anche detto che questa mossa a sorpresa di Trump poteva rivelarsi o una mossa magistrale oppure una mossa fra le più incoscienti e stupide che un presidente USA abbia mai compiuto. Ebbene, almeno finora, la mossa si è rivelata piuttosto stupida: i democratici, dopo aver attaccato Comey, ora lo hanno elevato a eroe della libertà e stanno gettando benzina sul fuoco, grazie anche ai media compiacenti, che stanno banchettando allegramente su questa vicenda, in attesa del piatto forte: l’impeachment.

Già, perché, in realtà, dalle parti di Washington si sta lavorando alacremente per questo obiettivo, e non tanto nei meandri degli ambienti liberal (che al massimo potrebbero aiutare negli sforzi), quanto in quelli neocon, che – sappiamo – non vedono di buon occhio Trump, l’outsider, imprevedibile e difficilmente condizionabile dal deep State, da sempre in salda mano repubblicana. Ecco dunque che il licenziamento di Comey rappresenta un’occasione d’oro per quella parte del GOP che vorrebbe farlo fuori, e che vede in John McCain, uno dei più feroci oppositori di Trump.

Il licenziamento di Comey, dunque, pare si stia rivelando un boomerang per Trump, che in questo modo dà l’impressione di avere avvallato i sospetti di una connessione tra il suo staff e la Russia di Putin, che potrebbe portare a una sua destituzione, qualora venisse provata in un qualche modo. Siamo perciò a una guerra totale, che ci riserverà parecchie sorprese nei prossimi mesi. Ormai sembra chiaro che una buona parte dei neocon voglia sovvertire il voto di novembre ed eliminare la variabile Trump dalla scena politica, sostituendola magari con Mike Pence, il suo vice, decisamente più malleabile e dunque maggiormente influenzabile dalle élite repubblicane.

Naturalmente, bisognerà anche vedere se Trump sarà disponibile a farsi mettere nel sacco. Per il momento, non sembra particolarmente preoccupato per la vicenda (almeno pubblicamente), e proprio ieri, neanche lo avesse fatto apposta, il presidente USA ha incontrato sia il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, e sia una  vecchia volpe della politica estera americana: Henry Kissinger. Evidentemente, Trump ha qualche altra cartuccia nel suo caricatore. La domanda è: saranno sufficienti per impedire che le élite e gli apparati militari legati a doppio filo agli ultraconservatori, gli mettano simbolicamente il nodo scorsoio intorno al collo? Speriamo proprio di sì.

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