Testamento biologico. La necessità di un referendum abrogativo

Domani avremo quella che a sinistra definiscono “legge di civiltà”, perché ormai il refrain è stato ben memorizzato: se vuoi che una legge ideologica passi, devi chiamarla “legge di civiltà”, e devi ripetere sempre il mantra, perché a forza di ripeterlo, alla fine qualcuno si convincerà che sia proprio così.

Più o meno è quel che sta accadendo per le DAT, acronimo di qualcosa che sembra innocuo: dichiarazione anticipata di trattamento, ovvero testamento biologico. Che di testamento ha davvero tutto, perché, seppure non si tratti di eutanasia vera e propria, trattasi, comunque, di attività “eutanasica” indiretta o passiva (ricordo, a tal proposito, che l’eutanasia vera e propria richiede un’azione di  soppressione, come un’iniezione letale ed è ancora vietata nel nostro ordinamento). Dal momento, infatti, in cui si nega che idratazione e alimentazione non sono terapie e che dunque rientrano nella disponibilità di scelta del malato, il problema diventa solo terminologico.

Non a caso è il Centro Studi Livatino a denunciare l’ipocrisia della legge. Non è tanto la DAT in sé che preoccupa (e che comunque preoccupa), quanto l’insano principio che, con la sua approvazione, verrebbe introdotto nel nostro ordinamento, e cioè la vita quale bene disponibile. Afferma il Centro Studi che “la legge è fortemente voluta” perché è “funzionale allo scopo di introdurre nell’ordinamento il principio che la vita è un bene disponibile” tanto che “nel contrasto fra le norme di questa legge e le norme del codice deontologico è ovvio che prevarranno le prime“. Il punto più dolente, in questo senso, è che il testo sul quale il Senato sta votando “pur non adoperando mai il termine eutanasia ha un contenuto nella sostanza eutanasico”. Il testo parla infatti di “‘tutela del diritto alla vita e del diritto alla salute’, cui affianca – a conferire il medesimo rilievo – il diritto ‘alla dignità e all’autodeterminazione della persona’, conferendo così da subito al bene vita il carattere di diritto disponibile“. 

Una legge che declassa la vita a bene di rango inferiore rispetto ad altri beni altrettanto importanti e fondamentali, ma certamente meno rilevanti rispetto alla vita, come, per esempio, le ferie, di cui il lavoratore non può disporre in alcun modo, neanche convertendo le stesse in retribuzione.

Ormai però il dado è tratto. La legge, con ogni probabilità, verrà approvata domani. Difficilmente la maggior parte dei senatori, nel voto finale, faranno mancare il loro sì, e comunque la maggioranza che la sostiene, piuttosto poco sensibile alle sirene dei pro life, è tale e tanta che non dovrebbero esserci sorprese dell’ultimo minuto. Sicché le DAT diventeranno legge dello Stato, e allora a quel punto, l’unica strada percorribile per rimettere tutto in discussione è il referendum abrogativo, visto che difficilmente questa legge verrà rimessa in discussione dal prossimo parlamento, anche qualora esprimesse una maggioranza di centrodestra.