Tasse e UE. Perché la sovranità (e dunque l’italexit) è necessaria

E niente, il proposito di diminuire la pressione fiscale è vitale per riprendere a crescere. E’ una legge economica talmente banale che sconfessarla richiede davvero un grosso impegno. Dal momento che si tolgono al cittadino le risorse per consumare, si verifica infatti una diminuzione del reddito disponibile e una conseguente minore propensione al consumo. Il cittadino usa una buona parte del proprio reddito per pagare le imposte, ma proprio per l’effetto dell’imposizione fiscale, anche quei pochi beni che consuma, impegnano pesantemente il suo reddito ed erodono i suoi già scarsi risparmi. Il cittadino, di fatto, si impoverisce.

Davanti a questa evidenza, non si può neanche sostenere che le maggiori entrate servano per finanziare la spesa pubblica, la quale – sappiamo – è una componente essenziale del PIL (Y = C + I + G + X, dove G è la spesa pubblica). No. Perché, nel regime europeista, la verità è più complessa: le tasse non finanziano la spesa pubblica, ma sono necessarie per tenere i conti pubblici sotto controllo, e cioè dentro i parametri di bilancio imposti dalla UE (rapporto debito/PIL, deficit/PIL). Sicché, non vengono reinvestite per offrire maggiori servizi, bensì per pagare gli interessi sul debito pubblico, l’unica vera fonte di finanziamento della spesa pubblica. Che però, a differenza di quanto accade in uno Stato sovrano, viene liberamente negoziato nel mercato finanziario, e dunque è soggetto alla speculazione internazionale. Aumenta la speculazione, aumentano gli interessi sul debito e aumentano le tasse per ripagare il capitale più gli interessi.

In questo gioco al massacro, entra a gamba tesa anche la logica dei tagli e delle privatizzazioni degli assets pubblici. Se è vero che non puoi portare la pressione fiscale alle stelle (nonostante sia già al massimo), è anche vero che là dove non puoi incrementare le entrate fiscali, puoi comunque svendere i tuoi gioielli e puoi – soprattutto – tagliare la spesa (che nella propaganda vengono definiti “sprechi”) per diminuire l’impatto della stessa sul debito (sic!). Dunque, pressione fiscale elevata, privatizzazioni e tagli allo stato sociale sono le regole UE alle quali l’Italia si è volontriamente sottoposta da una ventina d’anni a questa parte. E il risultato si vede: sanità pubblica da terzo mondo, istruzione da terzo mondo (così sembra più bello il privato), dismissione dei nostri gioielli pubblici, costo della vita alle stelle (nonostante un basso tasso di inflazione), disoccupazione all’11% (quella giovanile 32-33%), deindustrializzazione, aumento delle importazioni di prodotti di bassa qualità, crollo del mercato immobiliare e via elencando. Solo una guerra avrebbe potuto fare di peggio!

Dunque, ricapitolando, se è vero – ed è vero – che la pressione fiscale attuale è intollerabile, ed è considerata una genialata l’idea della flat tax (nonostante vi sia qualche dubbio sulla sua reale progressività), è anche vero che finché noi si vive nella gabbia europeista, difficilmente potremmo creare le condizioni economiche e sociali idonee per crescere nuovamente. Non puoi crescere se la coperta è troppo corta e sei condizionato da una serie di vincoli assurdi, imposti proprio per non permetterti di crescere: e cioè attraverso quel mix keynesiano di libero mercato e welfare, che nei decenni precedenti a questi sciagurati ci ha permesso di crescere e diventare la quinta potenza industriale nel mondo.