Società, Europa e neoliberismo malthusiano

Il neoliberismo domina la nostra epoca e l’Europa. L’inganno universale è far credere all’umanità (e in particolar modo agli europei) che non esista o che il neoliberismo sia una sciocca invenzione dei vecchi socialisti nostalgici del socialismo reale (aka comunismo).

Natura e scopo del neoliberismo

Il neoliberismo però esiste ed è fra noi. E’ un costrutto ideologico, politico ed economico ben definito, che ha preso il sopravvento nel mondo e in particolar modo in Europa ormai da una quarantina d’anni (ma le sue origini vanno molto più indietro nel tempo, attestandosi negli anni ‘30 del XX sec.), in coincidenza o per effetto del crollo del socialismo reale (v. URSS). Però, a differenza del socialismo reale, che intendeva imporre un modello sociale totalitario basato su un progetto rivoluzionario e di sovvertimento degli ordinamenti democratici, il neoliberismo – più subdolo – si è infiltrato nei processi democratici e li ha sterilizzati nel tempo attraverso le sovrastrutture internazionali (in particolar modo quella europea) e la falsa equazione (neo)liberismo = libertà = democrazia. Sicché oggi abbiamo ancora i processi democratici nazionali, attraverso i quali la scelta dei governanti è demandata ai popoli sottostanti, ma sostanzialmente, i processi decisionali sono policentrici e referenti, per mezzo di un fitto processo di rarefazione democratica, alla tecnocrazia (ordoliberismo).

Lo scopo del neoliberismo (in tal caso europeista) è piuttosto semplice, quasi banale per la sua limpidezza, ed è lo scopo che si prefiggono i grandi potentati finanziari fin dalle origini della civiltà industriale: affermare il dominio e il benessere dei pochi a danno dei molti. Creare società profondamente diseguali dove da una parte abbiamo un élite dominante, benestante, proprietaria dei grandi capitali e beneficiaria delle rendite finanziarie, e dall’altra abbiamo la massa: un popolo disgregato e disconnesso, composto da individui, in parte consumatori seriali di prodotti di bassa qualità e in parte schiavi della produzione e del debito privato.

Il massimo risultato con il minimo sforzo, che però richiede particolari accorgimenti economici e sociali in atto in questi anni. Vediamoli, quanto meno limitatamente all’Europa unita, che si è rivelata un “ottimo” laboratorio neoliberista.

Lavoro e immigrazione di massa

In primo luogo, è necessario inculcare nella mente delle nuove generazioni europee l’idea che il lavoro sia un privilegio e non un diritto, e ciò perché il lavoro è per il neoliberista una merce e dunque il lavoratore deve adattarsi all’idea che questa merce sia rara e sia di difficile reperibilità. Sicché, se da una parte è difficile ottenerla, dall’altra è facile perderla qualora non si sia disposti a mettersi in competizione e in concorrenza (al ribasso) con gli altri che sono alla ricerca della stessa merce.

E qui entrano in gioco le migrazioni di massa e i cambi fissi nel mercato unico europeo. Se le migrazioni economiche di massa hanno lo scopo di abbattere il costo del lavoro accrescendo la domanda (e dunque accrescendo i potenziali concorrenti alla ricerca di un lavoro), i cambi fissi creano, nel mercato unico, un meccanismo economico che scarica sul salario la svalutazione monetaria tra economie eterogenee, favorendo in questo caso la mobilità intra-europea e la delocalizzazione produttiva.

La costruzione di una società massificata

Ma non è tutto. Per il neoliberismo è necessario altresì instillare l’idea che le risorse siano scarse (scarso il pane, scarso il lavoro, scarso il denaro) e che la popolazione sia troppa per soddisfare tutti (visione malthusiana). E’ necessario perciò promuovere e incoraggiare politiche della denatalità, di conflittualità generazionale e di disgregazione della famiglia. Ciò perché il processo conflittuale e disgregante favorisce la mobilità lavorativa (ut supra), alimenta il sospetto intergenerazionale, crea segmenti etnici altamente conflittuali (il multietnicismo) e forma individui apolidi (e cioè privi di radici), con scarsi legami affettivi e identitari, e dunque deprivati della solidarietà sociale famigliare che li rende meglio disposti a sacrificarsi nei meccanismi produttivi (a tutto vantaggio delle élite). Viene dunque migliorata la concorrenza nel mercato (unico), salvando altresì la stabilità finanziaria dei capitali, liberi di circolare senza alcuna restrizione (ut supra).

Il controllo sociale neoliberista

Il controllo sociale è un’altra importante sfacettatura del prisma neoliberista. Come si attua? Semplicemente imponendo una visione della società liberal, e cioè priva di particolari restrizioni morali ed etiche legate ai principi della vita, della salute e della famiglia (ut supra). Ciò viene perseguito – paradossalmente – con l’inversa restrizione della visione tradizionale dei valori anzidetti, da attuarsi attraverso il sistema della demonizzazione delle opinioni tradizionali, additate come politicamente scorrette o scarsamente aderenti alla scienza dogmatica. Politicamente corretto e scienza dogmatica rappresentano infatti un ottimo strumento di controllo e repressione sociale in quegli ambiti nei quali le élite intendono imporre – per tutelare i propri interessi e perseguire il progetto malthusiano-neoliberista – la loro personale costruzione della società diseguale. Sicché le sistematiche accuse di fascismo contro la narrazione che si discosta dalle versioni ufficiali (controllate dalle élite), l’aborto, l’eutanasia e via discorrendo, artatamente rappresentando istanze di libertà, in realtà nascondono forme di controllo e repressione sociale che impongono una precisa visione (orwelliana o huxleyiana) della società che, a sua volta, corrisponde perfettamente agli interessi delle élite: controllo delle nascite, immigrazione economica di massa, scarsità di denaro, destrutturazione sociale e sterilizzazione dei processi democratici; e ciò a fronte della libertà di circolazione delle merci, dei capitali e delle persone.

Superare il neoliberismo

Uscire dalla dittatura neoliberista non è semplice, richiedendo una forma mentis che deve distaccarsi dall’idea (fallace) secondo la quale il liberismo economico nelle sue varie declinazioni (ordoliberalismo e/o neoliberismo) sia sinonimo di libertà e democrazia (ut supra). Non lo è, né potrebbe esserlo. Semmai è il contrario, ciò poiché l’assoluta libertà di mercato – intesa in questo senso come libertà del mercato dallo Stato democratico e non nello Stato democratico – determina inesorabilmente una degradazione dei processi decisionali (ut supra) verso processi tecnocratici impermeabili alla democrazia popolare. Le élite che detengono i grandi capitali, infatti, non hanno alcun oggettivo interesse (e semmai hanno l’interesse opposto) a che i popoli possano determinare l’indirizzo politico-economico della nazione. Sicché in primis è necessario indebolire i processi democratici attraverso i sistemi sovranazionali, e meglio attraverso un’unione monetaria, che sottragga sovranità economica, politica e monetaria agli Stati nazionali, e poi è necessario affermare una società massificata, e cioè deprivata del substrato di solidarietà sociale e familiare, garantito in parte dalle Costituzioni democratiche e in parte dai valori tradizionali legati alla tutela della vita, della salute e della famiglia.

Per liberarsi di questa perniciosa forma mentis, è necessario però superare le ideologie novecentesche che hanno visto una conflittualità netta tra liberismo e socialismo. Entrambi le visioni del mondo e dell’economia sono polarizzate verso costrutti ideologici irrealizzabili in un contesto antropologico nel quale l’imponderabilità dei bisogni umani rende i fenomeni socio-economici scarsamente inquadrabili in schemi teorici assolutamente rigidi (cfr. Polany). E per farlo – e cioè per superare questa deprecabile forma mentis – è assolutamente necessario abbattere il pregiudizio ideologico verso un approccio sociale (e non meramente capitalistico) all’economia, senza però sconfessare del tutto il principio del libero mercato, onde rivalutare (semmai) il ruolo delle Costituzioni democratiche e l’idea che il mercato, per quanto libero, è e resta un fenomeno umano che non deve governare ma che deve essere governato sempre e solo nell’interesse della collettività, trovando in questo interesse il proprio insuperabile limite.