Senza sovranità le politiche economiche del Governo rischiano di essere dei palliativi

tria-sovranità-mef-governo-europaTria ha parlato. In alcuni punti, riecheggiavano nelle mie orecchie le parole di Padoan, anche se forse – come affermano i meglio informati e i più competenti – qualche differenza c’è: se Padoan intendeva riequilibrare i conti pubblici con l’austerità e il maggior rigore, Tria sembra procedere su una strada alternativa: cercare di abbassare il ratio PIL/Deficit aumentando la spesa per investimenti e abbattendo la spesa corrente. Ma c’è un ma: l’Europa. Infatti la prospettiva del MEF può essere buona quanto si vuole, ma è destinata a trovare un muro in Europa, perché la filosofia economica europea non è certo keynesiana. Gli obiettivi connaturati al modello economico europeo sono infatti la stabilità dei prezzi e la rigidità dei conti pubblici, che vanno nella direzione opposta rispetto alle politiche espansive necessarie per rilanciare la domanda interna, la piena occupazione e dunque l’economia nazionale (che non può vivere solo di esportazioni).

Personalmente apprezzo e seguo chi legge ottimisticamente le dichiarazioni del ministro dell’economia, anche perché sono persone che – come l’autorevole professor Rinaldi di Scenarieconomici.it (qui la sua intervista in merito) – hanno le competenze per comprendere appieno cosa bolle in pentola. Eppure, benché io apprezzi e abbia fiducia nei cultori della materia, sono pessimista, perché onestamente parlando, se si vogliono fare politiche espansive serie, è necessario avere piena sovranità economica e monetaria. Non è possibile, in questo senso, accontentarsi o sperare che l’Europa accetti l’artificio contabile della scomputazione della spesa per investimenti dalla spesa globale sul quale calcolare il rapporto spesa/PIL. E’ necessario che l’Europa non possa mettere becco nelle nostre politiche economiche, che dovrebbero essere costruite sulle necessità dell’economia italiana e non per inseguire artificiosi e ideologici rapporti debito/PIL e spesa/PIL.

D’altro canto, è anche vero che oggi come oggi non è oggettivamente praticabile l’uscita dalla moneta unica (o almeno non lo è nell’immediato); soprattutto per una ragione politica oggettiva: chi vorrebbe uscire (la Lega) deve fare i conti con l’alleato di governo (poco propenso all’idea) e con l’informazione maistream che un giorno sì e l’altro pure insiste con il mantra secondo il quale se si uscisse dall’euro subiremmo le sette piaghe d’Egitto. In questo contesto, è difficile anche solo immaginare un piano B (e si è visto cosa è capitato quando qualcuno ne ha parlato). Dunque, l’idea è quella di lottare nel sistema per cambiarlo dall’interno (o farlo crollare). E qui, cari miei, la domanda diventa dirimente: siamo sicuri che il sistema potrà essere cambiato, o sarà il sistema a cambiare chi vorrebbe cambiarlo?

© Foto di Vadim Zhivotovsky [CC BY 3.0], via Wikimedia Commons

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