Se l’ondata migratoria dall’Africa non è un fenomeno spontaneo

Fine dei giochi, forse? E’ una domanda che si pongono in molti dopo che nelle ultime settimane è stato – diciamo – scoperchiato il vaso di Pandora, con le indagini avviate dalla magistratura sui flussi migratori dall’Africa. Un ginepraio che ogni giorno che passa, si fa sempre più complicato. Quello che ormai è certo è che il fenomeno – per quanto dispiaccia – non è spontaneo e non è “naturale” e non è dunque legato realmente a una fuga da ipotetiche guerre (tunisini, algerini e persone che arrivano da paesi non in guerra lo dimostrano), ma è qualcosa di diverso, sul quale il sottoscritto (fra i tanti) non può che fare solo ipotesi.

Quella più accreditata è che l’afflusso di migliaia e migliaia di persone dal continente africano, in realtà risponda a un chiaro progetto politico, pianificato a livello, se non globale, quanto meno europeo, per dissolvere, con l’innesto di etnie straniere, l’identità peculiare dei popoli europei. Ma questo è forse l’aspetto meno “pratico” e in un certo senso più “complottista”, anche se gli indicatori ci sono. Del resto, basta ascoltare i nostri politicanti, per intuirlo: bisogna accettare il multiculturalismo. Gli immigrati sono una ricchezza. L’immigrazione non è un male, ma è il bene del nostro paese (in realtà l’immigrazione non è di per sé un male, se è controllata, razionale e corrispondente alle esigenze del paese destinatario). Gli immigrati ripopoleranno l’Europa e chi non li accetta è un solo un razzista e uno xenofobo.

L’aspetto pragmatico di questa “colonizzazione” (perché, sostanzialmente, è di questa che si tratta, nel momento in cui, l’ondata non è condivisa dalla popolazione locale e non è determinata da una reale esigenza di un territorio ad accettarla), è soprattutto economico. L’obiettivo, neanche tanto malcelato a livello europeo, è abbassare il reddito pro-capite della popolazione, incrementando la concorrenza di forza lavoro non qualificata e a basso costo, disponibile a rinunciare ai diritti sociali conquistati dagli europei. L’abbattimento del costo del lavoro (una delle priorità delle politiche europee rigoriste e neoliberiste), avrebbe – secondo questa assurda logica – lo scopo di garantire una maggiore produttività, e conseguentemente una maggiore stabilità monetaria. Peccato però che una simile politica, se da una parte incrementerebbe le tensioni sociali ed etniche (e forse, in un certo senso, è questo che si vuole), dall’altra aumenterebbe il divario tra i pochi ricchi e una moltitudine di poveri, deprivati non solo del minimo essenziale, ma anche della propria identità nazionale e culturale.

E dunque – ed è pure peggio! – è la sintesi tra le due ipotesi a destare le maggiori inquietudini. I disordini etnici e un’economia ferocemente neoliberista, creano disgregazione sociale e povertà, e la disgregazione sociale e la povertà impediscono che un popolo abbia un sentimento comune e una condivisione di valori e cultura. Si creano, in altre parole, tante minoranze in perenne competizione e tensione fra di loro, che possono essere in questo senso facilmente gestite e manipolate da un gruppo elitario e oligarchico, il solo che abbia gli strumenti economici e politici per tenere il potere saldo nelle proprie mani, agendo così disturbato per i propri interessi, e cioè a spese dell’intera massa, che ormai non può più definirsi un popolo stanziato in un dato territorio.

 

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