Se l’immigrazionismo è un costo che non possiamo (più) permetterci

Viviamo in un periodo particolarmente difficile. Negli ultimi cinque anni sono all’incirca 800 mila gli immigrati imbarcati nei pressi delle coste libiche e scaricati nei porti italiani. Una massa enorme di persone che – contrariamente a quanto propagandano i media mainstream – non fugge da nessuna guerra, e che dunque si riversa nelle nostre coste nella speranza errata di trovare un futuro che qui, purtroppo, è già negato ai nostri figli. Una massa che pesa enormemente sull’economia italiana in profonda crisi, aggravatasi giorno dopo giorno grazie alle scellerate politiche attuate negli ultimi cinque anni dalla sinistra immigrazionista e mondialista, allergica alla difesa dell’italianità e dei confini nazionali.

Già, perché è questa la dura verità che non piace ai salottieri radical chic, che vivono nel loro mondo ovattato di buonismo un tanto al chilo, ben distante dalle periferie italiane e dalla vita quotidiana dei pensionati e dei disoccupati. Nessun dato economico è confortante per loro disgrazia, e benché l’ultimo governo tenti in tutti i modi di propagandare ottimismo, non può esserci ottimismo, perché la patria italiana, il Belpaese, è economicamente moribondo, e lo è soprattutto grazie alle politiche europeiste e a una pressione irrazionale dell’immigrazionismo transnazionale che vorrebbe riversare nel nostro territorio l’intera Africa, creando non solo un clima di tensione sociale intollerabile, ma anche ponendo a dura prova le casse dello Stato, costretto a riversare, o meglio a distrarre risorse per “accogliere” quelli che buonisticamente vengono definiti “migranti”.

Non possiamo farci nulla: questa è la realtà dei fatti e non si tratta certo di razzismo. L’Italia è sempre stato un popolo accogliente, e fino a quando i flussi migratori erano accettabili e rispettavano le leggi italiane che regolano l’ingresso nel nostro territorio, nessuno italiano si sognava di contestare chi arrivava nel nostro paese per lavorare, produrre, pagare le tasse e magari integrarsi nel tessuto sociale. Ma le cose sono cambiate: oggi l’immigrazione non è più una risorsa, ma è un peso ed è un costo che non possiamo più permetterci il lusso di sopportare, vista la crisi dilagante. Soprattutto quando i flussi migratori non corrispondono alle reali esigenze produttive del paese e li si riversa indiscriminatamente sul territorio, alimentando da una parte lo sfruttamento illegale del lavoro immigrato e dall’altra le tensioni sociali che noi tutti ormai conosciamo.

In questo contesto surreale, nel quale è evidente la debolezza politica dell’attuale maggioranza nel far fronte in modo efficace all’ondata migratoria, appare ancor più surreale sostenere che l’immigrazione è fondamentale per pagarci le pensioni. Cosa affatto vera in termini relativi, come riporta il Giornale, e certamente non vera in termini assoluti, se si guarda all’immigrazione economica che viene riversata sulle coste italiane, che non è certo un valore aggiunto, ma è semmai un costo enorme (fino a 4,6 miliardi circa solo per il 2017) che non è legittimo gravare sul cittadino italiano, già oberato dalle tasse e piegato da una crisi economica letteralmente voluta da una classe politica che da due decenni ha rinunciato a difendere gli interessi italiani e che oggi non pare intenzionata ad assumersi la responsabilità politica di ripristinare i confini nazionali, l’autorità nazionale la sovranità nelle acque territoriali.

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