Se la censura in nome dell’antifascismo è contro l’art. 21 Cost.

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Accade ormai sempre più frequentemente in Italia che si invochi la censura in nome dell’antifascismo. Ma è bene ricordare a coloro che si autoproclamano antifascisti e, che nel farlo, tentano di censurare gli altri o di delegittimarne le idee, tacciandole di fascismo anche quando fascismo non è, che proprio una carta antifascista nega che l’antifascismo possa essere utilizzato per reprimere la libertà di pensiero e la libertà di stampa. E quella carta è la Costituzione. Leggiamo:

Art. 21 – Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure […]

Solo l’autorità giudiziaria o gli ufficiali di polizia giudiziaria possono operare un sequestro. Certamente nessun altro può impedire a un libero cittadino di esprimere il proprio pensiero o di offrire in lettura i propri libri o quelli da lui pubblicati.

Eppure sta accadendo. E questo dovrebbe destare viva preoccupazione. Perché è in gioco un principio fondamentale sancito nella nostra carta, che in teoria non può né dovrebbe essere compresso in alcun modo. E quand’anche lo scritto o la parola abbiano integrato un delitto, il compito di valutarlo spetta solo al giudice, e fino ad allora, e cioè fino alla sentenza definitiva di condanna, quello scritto o quella parola non costituiscono reato e hanno piena dignità di esistere. E in ogni caso, è pure giusto affermare che i fascismi e le intolleranze non si fermano certo con le censure, ma con il confronto e la cultura, e ciò quand’anche oggi questa subisca una manipolazione profonda utile per il consolidamento del regime neoliberista nel quale viviamo.

La verità è che non è (mai) accettabile che si possa impedire a qualcuno, in un evento pubblico, in una piazza, o sui social, di parlare e di esprimere il proprio pensiero, ovvero di esporre le proprie opere, per il sol fatto che quel pensiero e quelle opere non siano gradite o non siano condivise ideologicamente o esprimano valori contrari a un sentimento comune che sempre di più risulta geneticamente modificato. Solo nei regimi totalitari, notoriamente, accadevano questi fatti.

Ma l’Italia oggi è una Repubblica democratica. Certamente un po’ acciaccata, desovranizzata, oppressa dalla malattia del politicamente corretto, ma è comunque una democrazia dotata di una Costituzione che parla chiaro. Non è perciò tollerabile l’ipocrisia di chi, in suo nome, poi pretende di censurare gli altri, usando peraltro il proprio metro di giudizio e la propria ideologia.

In questo quadro desolante, al netto delle dichiarazioni roboanti e spesso di circostanza, mi chiedo che fine abbiano fatto il Governo e il Parlamento. Soprattutto mi chiedo cosa intendano fare per evitare che i sempre più frequenti episodi di annichilimento dell’art. 21 non si ripetano più. Non è possibile che si possa permettere che un presidio di libertà sia intaccato e reso facilmente espugnabile da chi agita ideologicamente la bandierina logorata dell’antifascismo in assenza di fascismo. E’ chiaro infatti che ignorando certi campanelli d’allarme e voltandosi dall’altra parte, si legittimano questi comportamenti censori, li si rende non solo normali, ma persino auspicabili. E per la democrazia, questo è un danno molto più grave e profondo di uno scritto o di pensiero apologetico condiviso da un pubblico marginale.

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