Se in Svezia si vuole rieducare un’ostetrica obiettrice di coscienza

vita-aborto-sveziaSembra una storia di ordinaria follia, un romanzo inedito di George Orwell, insomma una vicenda che sembra essere stata partorita dalla fervida fantasia di un autore distopico, e invece è roba che appartiene ai giorni nostri, a un mondo che ha trasformato il valore della vita in un diritto del quale disporne a piacimento, anche se non è la propria.

Del resto è questo l’aborto. Un “diritto” che viene riconosciuto alla donna di interrompere la gravidanza indesiderata, o perché appunto indesiderata, e cioè non voluta, o perché il feto è difettoso e dunque non soddisfacente i requisiti di perfezione richiesti; negando così l’alto valore della vita di quel bambino in essere, e negando la sua preminenza rispetto a qualsiasi diritto o desiderio umano che sia in contrasto con essa.

Se poi questo diritto viene portato alle estreme conseguenze e trasformato in un dogma religioso, che non può in alcun modo essere discusso, ecco che allora rientriamo in quel mondo oscuro e tetro tratteggiato dalla penna di Orwell, dove se non la pensi in quel determinato modo e se non ti conformi al dogma, perché magari hai un’idea diversa, vieni emarginato se non addirittura rieducato affinché tu possa “redimerti” con un “giusto” lavaggio del cervello; quello che però gli stessi sacerdoti che predicano il sacro dogma, ritengono scandaloso se non addirittura delittuoso, se qualche ardito psicologo propone di “curare” gli omosessuali.

La storia di ordinaria follia la riporta Tempi (difficile infatti trovarla nei giornaloni mainstream progressisti e femministi), e narra l’odissea di un’ostetrica svedese (e figuriamoci dove poteva accadere se non in un paese ultrafemministra e genderista come la Svezia?), quale, diventata ostetrica, si ritrova non uno, ma mille muri negli ospedali dove intende fare domanda di assunzione, e solo perché lei è obiettrice di coscienza. Formatasi per far nascere i bambini e dunque aiutarli a venire alla luce, non viene assunta negli ospedali, perché no, lei i bambini non li vuole uccidere. E questo nella Svezia orwelliana non va bene: prima viene il diritto (egoistico) della donna ad abortire; e poi quello di una povera creatura inerme a vivere. Tant’è che le propongono – è vero – un percorso di “rieducazione” per farle cambiare idea.

La nostra ostetrica non trovando lavoro e trovando semmai terra bruciata intorno a sé, è costretta a emigrare con la propria famiglia nella vicina Norvegia, dove ancora è possibile esercitare la professione di ostetrica, e non quella di accabbadora (personaggio del folklore sardo, incaricata di uccidere le persone anziane e terminali). Purtroppo per lei, lo ha fatto nel modo peggiore, e cioè intentando cause legali che però, nella Svezia atea e ottusa, non hanno trovato soddisfazione, sollevando semmai le critiche dell’informazione locale, tutta pro-aborto. Gli avvocati della donna attualmente stanno preparando il ricorso a Strasburgo. Vedremo se almeno lì, qualcuno le darà giustamente ragione. Tifiamo per lei!

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