Se il Governo del cambiamento non cambia niente

Il Governo del cambiamento non cambia un bel niente. Si avvia ad essere il Governo del non cambiamento. Dopo la manovra dettata dall’Europa (checché ne dicano, questa è la cruda e nuda verità), ecco che nuovamente si inizia a cedere sul fronte immigrazione, decretando la vittoria non solo delle ONG, ma anche degli immigrazionisti di casa nostra che vorrebbero che l’Italia diventasse un porto aperto, senza frontiere, senza regole, dove viene abolito il concetto (giuridico) di immigrato illegale.

Ancora una volta sono gli italiani a pagare per queste politiche pavide, sia nei confronti dell’arroganza eurista e sia nei confronti di quella mondialista e immigrazionista. Perché è chiaro che i detrattori, davanti ai cedimenti sempre più evidenti, realizzano che la debolezza è tale e tanta che basterà “picchiare” ancora più duro per veder capitolare quello che appare sempre di più un bluff sovranista.

E lo dico a malincuore, perché il sottoscritto aveva concesso una linea di credito al Governo, pensando che fosse capace non solo di imporsi in Europa, ma anche di imporsi in Italia contro l’estabilishment eurista.

Niente di tutto ciò. Il Governo del cambiamento ha dimostrato di essere uguale agli altri Governi, sia nei metodi e sia nei fini. La manovra del popolo è risultata una manovra recessiva in un contesto economico in recessione. Il 2.04 (che poi è ridicolo anche solo immaginare un deficit previsto in questi termini) non solo non sarà utile a far ripartire l’economia, ma addirittura, alla luce delle folli regole UE, richiederà una manovra correttiva che “gentilmente” (leggasi: minacciosamente) ci verrà “suggerita” dalla Commissione attuale. E per allora, lo spread salirà e salirà, fino a che il Governo del Popolo cadrà oppure cederà, compiendosi del tutto il momento tsipras prima delle europee. Non è invece ipotizzabile la strada più logica: l’Italexit, e questo perché questo Governo e questa maggioranza non la vogliono.

Sulle immigrazioni, la situazione non è poi molto diversa. Il machismo di Salvini non poteva durare a lungo in un Governo che, pesantemente influenzato dal neoliberismo malthusiano, non solo concede spazio alla propaganda stucchevole del buonismo immigrazionista, ma addirittura lo asseconda, certificando che l’Italia non ha confini, non ha leggi sull’immigrazione e che basta una ONG qualsiasi per neutralizzarle e rendere di fatto inapplicabili.

Le responsabilità naturalmente sono di entrambe le forze di Governo. Se però del M5S conoscevamo il limiti euristi, la Lega è stata più brava ad accreditarsi come forza sovranista, là dove in realtà non è. E non lo è, non solo perché questo partito non è riuscito a scrostarsi di dosso le ambizioni autonomiste e federaliste del nord contrarie al disegno costituzionale, ma anche perché il liberismo presente nella Lega è talmente radicato nel modo di pensare dei suoi politici e dei suoi tradizionali elettori, che non è possibile oggettivamente immaginare spazi reali (e non solo di bandiera) per le istanze sinceramente sovraniste.

Davanti a questa incontestabile realtà, le prospettive non sono affatto ottimali. E’ chiaro infatti che l’esperienza del Governo gialloverde oggi risulta se non chiusa, quanto meno fortemente ridimensionata nelle prospettive “sovraniste”. La direzione, in pratica, è (e non potrà essere che) quella di un ripiegamento su posizioni moderatamente euriste che permettano alla maggioranza di navigare a vista ancora per un po’, quanto meno fino alle elezioni europee (e sempre che intanto spread e Commissione non l’abbiano demolita del tutto – ut supra). Cosa accadrà dopo, non è possibile prevederlo, ma se qualcuno si aspetta grandi rivoluzioni, rimarrà presto deluso. Il M5S non cambierà di molto la sua linea e forse verrà tentato da un Governo con il PD, una volta scaricato l’ingombrante alleato leghista. La Lega, per suo conto, nel caso di un probabile successo elettorale europeo, potrebbe scaricare i pentastellati e tentare una riedizione del vecchio centrodestra con le stampelle piddine, ovvero andare all’opposizione sperando di capitalizzare consensi stellari (a che pro, non lo so, visto che difficilmente le Camere verranno sciolte prima della scadenza naturale). In tutti i casi, il sovranismo risulterà se non sconfitto, quanto meno archiviato per un po’, e ciò darà nuova linfa e nuovo spazio all’eurismo.

La flebile speranza per noi sovranisti, dunque, è riposta su un evento esogeno che sparigli le carte e faccia crollare il castello eurista senza la necessità di un impegno italiano in tal senso. E questo intervento esogeno non potrà che essere americano o persino tedesco. In ogni caso, trattasi di una flebile speranza, perché per quanto esistano smottamenti piuttosto forti ed evidenti criticità (insanabili) del sistema monetario europeo, l’eurismo insiste nel mantenere in vita il baraccone, attuando un accanimento terapeutico che fa pensare che forse gli interessi franco-tedeschi siano davvero più forti e più importanti del benessere di tutti i popoli europei.