Riflessione sul paragone tra gli immigrati italiani e quelli africani

Non ne posso più di sentire questa storia, che ogni tanto emerge nei dibattiti politici, nei discorsi istituzionali e persino nei discorsi di Obama, in visita a Milano (e sul quale sorvolo per decenza). La solfa è sempre la stessa: gli immigrati sono un valore (c’è addirittura chi afferma che ci pagheranno le pensioni), gli italiani sono stati un popolo di immigrati, e dunque dobbiamo essere benevoli e accoglienti con l’ondata di umanità africana che arriva sulle nostre coste.

Per carità. Sono sempre pronto ad accogliere chi viene in Italia per lavorare e contribuire al mio benessere e a quello del mio popolo, ma è chiaro che non si può paragonare il fenomeno migratorio attuale con quello degli italiani che partivano ilsecolo scorso per le brulle terre americane in cerca di fortuna. In parte, perché i nostri si recavano in nazioni avide di manodopera, avide di gente che lavorasse nei campi, nelle miniere e nelle fabbriche; e in parte perché i nostri avi, quando arrivavano in quei territori, non trovavano comitati di ricevimento, sanità gratuita, e certo non gravavano sulla collettività che semmai esigeva parecchio da loro. Arrivavano per lavorare, per piegare la schiena e sfasciarsi le mani con i picconi e le vanghe.

L’umanità che arriva dall’Africa e approda sulle nostre coste, viene perché attratta da un falso benessere che non esiste (più). Viene perché incentivata a farlo da un progetto politico globale che vuole un ripopolamento dell’Europa in chiave multietnica, che sia in grado di annientare le identità nazionali, favorendo così il mondialismo elitario e il neoliberismo. Viene in un continente che sta soffrendo una grave crisi economica che non trova fine (e che è organica al progetto di cui sopra), e che perciò può offrire solo disoccupazione e disperazione, tanto che vede i nostri giovani, privi di prospettive, emigrare verso altri paesi più fortunati del nostro.

Non si può dunque fare un paragone fra i due fenomeni che non ha senso e che non trova onestamente correlazioni di nessun genere, se non nel fatto che esiste un’umanità che si sposta da un luogo all’altro. Le analogie finisco qui. Il resto è pura ideologia immigrazionista, errata interpretazione della storia, o semplicemente un uso politico di essa per ragioni che esulano da un’analisi realista del fenomeno. Soprattutto, un simile paragone è ingiusto nei confronti di quegli italiani che abbandonarono la nostra terra e fecero grande il paese straniero in cui andarono. Noi, infatti, in questo momento non stiamo diventando grandi, ma stiamo colando a picco.

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