Quello che non va in questo Governo? La giustizia

prescrizione-giustizia-governo-m5s-legaMolti giustizialisti sognano la prescrizione mai. Roba da Stato giacobino, dove la giustizia è onnipotente e se ne frega della vita delle persone e del giusto processo. Ciò perché molti di loro – anzi quasi tutti – immaginano il reato come un fatto che può essere commesso solo dai criminali incalliti, e non già anche dai semplici cittadini, i quali, spesso, si ritrovano a vivere in un sistema dove commettere un qualsiasi reato, anche il più piccolo, è figlio di quel sistema. Così può capitare che un padre di famiglia che non ha mai fatto del male a nessuno, un bel dì decide di elevare un muro e creare un bugigattolo in casa sua, ed ecco che scatta il reato di abuso edilizio. Possiamo in questo caso parlare di criminale? No. Ma per lui, come per il mafioso, la prescrizione mai è considerata giustizia.

La verità è che se c’è del brutto in questo Governo, quel brutto lo troviamo nelle assurde proposte sul tema giustizia, dove il sentimento giustizialista pare la stia facendo da padrone. Se infatti nella passata legislatura abbiamo assistito a una riforma della giustizia dal moderato sapore giustizialista, questa legislatura potrebbe distinguersi per un giustizialismo spinto che – onestamente parlando – stride e non poco con lo Stato di diritto e il giusto processo, e dunque con la nostra Costituzione. La prescrizione interrotta dopo il primo grado di giudizio, per esempio, e fino a conclusione del processo (sembra essere questa la proposta governativa, ma spero di no) rappresenta la sostanziale abolizione del termine prescrizionale. In altre parole, la prescrizione diventerebbe – qualora la riforma venisse approvata – un istituto completamente vuotato della propria finalità, e dunque un mero esercizio retorico nel nostro codice penale che attribuirebbe alla magistratura un potere ancora più grande: quello di tenere sulla graticola processuale il cittadino per anni e anni, anche per il più piccolo e insignificante dei reati.

A parte una evidente regressione nella civiltà giuridica che – ricordo – non considera la prescrizione dei reati un elemento certo negativo (ma positivo semmai), la prescrizione interrotta dopo il primo grado di giudizio rappresenta inevitabilmente una sostanziale alzata di bandiera bianca del potere politico in favore del potere giudiziario, al quale viene sostanzialmente consegnato il compito moralizzatore della politica e del comportamento sociale degli italiani. In questi termini, una riforma della giustizia declinata in senso così smaccatamente giustizialista, sconfessa l’idea della retribuzione penale quale ultima ratio e denuncia l’incapacità politica nel trovare soluzioni legislative che garantiscano il corretto svolgimento del processo penale. Non si può infatti pensare né credere che la prescrizione mai (come qualsiasi altra riforma di stampo giustizialista) possa essere la soluzione (e certo il suo contrario, la causa) delle storture giudiziarie, della lentezza esasperata nello svolgimento dei processi e dunque della sostanziale inefficienza della macchina giudiziaria. Si può semmai pensare che essa sia il peggiore prodotto di una politica incapace di soddisfare l’esigenza di giustizia degli italiani, se non attraverso questi artifici giacobini che rappresentano – ripeto – la degradazione evidente del sentimento di giustizia e della realizzazione del principio sancito all’art. 24 Cost.

Mi auguro che la Lega – quale componente più ragionevole dell’attuale maggioranza – stoppi o quanto meno ostacoli e attenui la deriva che si prospetta. La prescrizione rappresenta l’argine allo strapotere giudiziario; rappresenta la barriera invalicabile oltre la quale, se esiste una responsabilità per la denegata giustizia, questa non è né può onestamente e oggettivamente attribuirsi alla prescrizione in sé, ma alla cronica inefficienza dell’apparato giudiziario, vuoi per le scarse risorse di cui è destinatario, vuoi per una sostanziale deresponsabilizzazione in capo agli operatori della giustizia, e vuoi per una degradazione sempre più evidente del diritto di difesa, considerato sempre più il vero e unico ostacolo a un’idea di giustizia assoluta, ove il garantismo diventa quasi un clandestino del quale liberarsi in prima possibile.