Quell’intima connessione tra globalismo e inquinamento

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Non posso dire se davvero l’uomo sia in grado di cambiare il clima del nostro pianeta. In verità è da circa cinquant’anni che ci dicono che siamo sull’orlo di una catastrofe globale, che le temperature stanno aumentando e che nel giro di pochi anni verremo sommersi dalle acque. Niente di tutto ciò è accaduto e dunque qualche dubbio legittimo sovviene. Vero è semmai che l’uomo ha un impatto negativo sull’ambiente attraverso l’inquinamento.

Ma non è di questo “dilemma” scientifico che voglio parlare. Quello che mi interessa sottolineare, davanti alle esortazioni abbastanza prevedibili e scontate della retorica ambientalista, è la stretta e intima relazione tra globalismo economico e inquinamento ambientale. Perché, incontestato il fatto che l’uomo comunque sia inquina l’ambiente (che i liberisti definiscono “esternalità negativa”), è anche vero che quello che in molti non dicono, è che l’impatto negativo sull’ambiente dell’azione umana è decisamente aumentato grazie al globalismo economico, e cioè a quel fenomeno che non solo auspica, ma che addirittura impone la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone.

Sembra quasi scontato pensarlo, ma non è così. Nessuno in verità si è mai posto davvero il problema del rapporto tra neoliberismo e degrado dell’ambiente. Eppure questo rapporto è molto stretto, anzi direi persino simbiotico, poiché, in un contesto globale, l’uno dipende dall’altro.

I capisaldi del (neo)liberismo economico globalista sono ormai noti: libera circolazione delle merci, libera circolazione delle persone, libera circolazione dei capitali. Se qualcuno pensa che questi capisaldi, che mirano a disintegrare la dimensione nazionale dei fenomeni economici attraverso l’interconnessione globale, non creino inquinamento e dunque non abbiano un grave impatto ambientale, legge una narrativa che non è di questo mondo. Dal momento che un bene prodotto in un paese straniero ubicato nell’altra parte del mondo viene venduto in Italia, quel bene ha inquinato più di un bene prodotto e venduto in Italia. E ha inquinato di più per due ragioni: in primis è prodotto in un paese lontano e dunque per offrirlo sul mercato italiano, viaggia su ruote o rotaie, su scafo e persino per aria. Il viaggio crea inquinamento tra smog, scarichi in mare e scarti della combustione delle aeronavi. Secondo, quel prodotto viene confezionato in un paese che magari non ha regole di tutela dell’ambiente, e dunque il bene importato acquistato in Italia è un bene prodotto creando inquinamento.

La libertà di circolazione dei capitali e delle persone risponde più o meno alla stessa logica. Dal momento in cui si stabilisce la regola che, per creare prodotti concorrenziali a livello globale (perché l’obiettivo è esportare per creare PIL), devono essere i lavoratori a doversi spostare – anche di centinaia di chilometri (fino a emigrare in altri paesi), si contribuisce a creare inquinamento più del dovuto. Lo spostamento sempre più massiccio e frequente di persone da un capo all’altro della nazione o del pianeta, inquina, perché queste persone non hanno le ali e non sono pesci, e dunque usano auto, navi, treni e aerei per spostarsi. E per quanto riguarda la libera circolazione dei capitali, la trasferibilità di una somma di denaro, senza significativi disincentivi, da un punto all’altro del pianeta, comporta la creazione o il potenziamento di infrastrutture, la cui fabbricazione e l’impianto vanno comunque a impattare negativamente nell’ambiente, più di quanto sia necessario.

Insomma, gli ambientalisti che ci parlano di climate change e di inquinamento dovrebbero in primis denunciare il neoliberismo e il globalismo come la causa prima del degrado ecologico. Ma questo non accade, semplicemente perché dietro la retorica sul climate change c’è proprio il globalismo dei grandi capitali finanziari che intendono instaurare una società massificata e malthusiana, senza frontiere e senza identità nazionali per garantirsi rendite sempre stabili e insensibili alle vicende economiche di una singola nazione. I cambiamenti climatici diventano così uno strumento che mira a incoraggiare la deindustrializzazione nei paesi dove la produzione costa di più per via dei diritti sociali progrediti (occidente), onde spostarla (delocalizzazione dei fattori produttivi) dove costa di meno. In questo contesto le rigide regole ambientalistiche imposte in Europa, per quanto apprezzabili e condivisibili in linea di massima, servono più che altro a scoraggiare chi produce in Europa, inducendolo a produrre dove quelle regole non esistono o sono nettamente più blande.

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