Quando finirà il QE di Draghi, saranno cavoletti di Bruxelles amari

draghi-bce-qeOhibò, i demonizzatori del monetarismo sono per lo più gli euroliberisti (aka ordoliberisti), e cioè quelli che la moneta non si stampa, perché stamparla è un peccato mortale. Dico io, ma se la moneta non si stampa, dove la si prende? Ho immaginato, a questo punto, ettari di piantagioni di euro, in quel di Francoforte, con migliaia di operai intenti, ogni giorno, a raccogliere dagli alberi di euro quelle cangianti banconote, che poi il buon Draghi, il re del Regno dell’Euro, immette nel mercato finanziario, attraverso le banche. Quanti, finora? Beh, all’incirca 1440 miliardi di euro. Un’enormità, ma nulla al confronto di quelli che la FED immise nel sistema, all’indomani della crisi del 2008: ben 10 trilioni di dollari!

Un’enormità – dicevo – che ha uno scopo ben preciso: un’opera buona. Già, perché questa immissione in cambio di titoli sovrani, chiamata “tennicamente” Quantitative Easing (per gli amici QE) – e cioè il quantitativo di allentamento – serve per parare il chiulo in parte alle banche e in parte agli Stati nazionali, che altrimenti sarebbero in balia della speculazione finanziaria sul debito pubblico (spread), costringendo gli stessi a stringere ancor più i cordoni della borsa, a danno dello sviluppo e del benessere dei propri cittadini. Più moneta nel sistema rappresenta ossigeno puro per banche e Stati.

Una genialata draghiana questo QE, che qualcuno ha definito “strumento non convenzionale” di politica monetaria, dimenticando però che in realtà è più che convenzionale, visto che è da sempre uno degli strumenti delle banche centrali per allentare la presa sul debito pubblico degli Stati sovrani e immettere, paritempo, liquidità nel sistema. Si parla infatti del ruolo di prestatore di ultima istanza, che abbiamo già avuto modo di conoscere come soggetto alle dipendenze di Sovrania.

Tutto bene dunque? Sì, a parte il fatto che l’opera buona è arrivata agli sgoccioli. Gli ordoliberisti euristi, soprattutto quelli teutonici, stanno scaldando il motori per il dopo l’abdicazione di Re Draghi, il cui mandato alla BCE scadrà nel 2019. E la loro idea è chiara: fine dei giochi, game over. Niente più Quantitative Easing, che è una bestemmia simil-keynesiana. Semmai, tagli, rigore, abbattimento del costo del lavoro, dimagrimento degli Stati nazionali, e possibilmente ulteriore cessione di sovranità nazionale alla Unione Europea, per garantire – dicono loro – la stabilità monetaria.

Non sto qui a fare una disamina delle reali ragioni dell’una (rigorismo, tagli e deflazione) e dell’altra (cessione di sovranità alla UE) conseguenza del nuovo corso della BCE. Del resto, entrambi sono obiettivi di un medesimo disegno europolitico, che intende portare la Germania in una posizione di forza e dominio nell’Unione Europea, complice la dissoluzione degli Stati-nazione (ivi compresa l’Italia) e l’abbattimento dei diritti sociali acquisiti con le Costituzioni nazionali. Un disegno che poi deve essere inserito in un quadro più ampio di dominio delle grandi oligarchie finanziarie, sulle quali sorvolo. Quello che qui in realtà si vuole evidenziare, è che la pacchia non potrà durare ancora a lungo, e dunque è necessario prepararsi una via di fuga dall’inferno.

Troppo pessimista, direte. Forse sì o forse no, se pensiamo che è stato già detto che il QE ormai ha i mesi contati, perché la Germania vuole a tutti i costi alla presidenza della BCE, niente meno che Weidmann, un vero falco conservatore, fortemente critico nei confronti delle politiche monetarie espansive di Draghi. Con lui a capo della BCE, difficilmente vedremo i raccoglitori all’opera nelle piantagioni di euro. Anzi, sono quasi certo che Weidmann o chiunque verrà dopo Draghi, darà disposizioni affinché le preziose piantine vengano sradicate per evitare terribili e lussuriose tentazioni spendaccione.

© Foto di World Economic Forum (Flickr: Special Address: Mario Draghi) [CC BY-SA 2.0], via Wikimedia Commons