Il politicamente corretto come strumento di potere e sterilizzazione dei popoli

Nel leggere, spesso con disgusto e svogliatezza, le diverse notizie apparse oggi sui quotidiani (una delle quali vi ho dato conto e riguarda il cantante Povia,), ancora una volta, realizzo una dura verità: noi viviamo pienamente l’epoca dell’ipocrisia che diventata regola sociale. Sicché il nostro inferno non è solo il globalismo economico; il nostro inferno è anche il prodotto sociale di questo globalismo: il politicamente corretto, che tutto deve permeare, affinché ciò che è realizzato economicamente, si rifletta anche sulla nostra società e sulla nostra libertà.

E’ bene precisare che il politicamente corretto, non incide oggi solo sul nostro modo di parlare, che già di per sé è una grave limitazione della nostra libertà. Se ci pensiamo bene, infatti, conformizzare il nostro modo di parlare limita fortemente la nostra libertà pensiero, perché ciò che non si può dire, alla fine muore dentro di noi. La verità è che il politicamente corretto incide, anche e soprattutto, sulla nostra nostra identità, sulla nostra cultura e dunque anche sul nostro essere popolo e nazione. E’ come se ci impedissero di affermare che noi siamo noi, perché ciò non è corretto nei confronti di coloro che non sono noi. Assurdo, vero?

L’idea, in verità, è mescolare, confondere, fondere e dunque cancellare le peculiarità di un popolo, per creare la massa. La scusa, o meglio, il grimaldello, sempre efficace, è la lotta al razzismo e alla xenofobia. Lottare contro il razzismo e la xenofobia, per i grandi sacerdoti del politicamente corretto e per i loro adepti e seguaci, significa annientare noi stessi, denigrare ciò che siamo e ciò che eravamo. Significa rimettere in discussione e contestare le nostre regole sociali, i nostri canoni etici e persino estetici, poiché causa prima del male della discriminazione razziale e dell’odio xenofobo.

Viviamo in una civiltà che, notoriamente, si è data alla follia autodistruttiva. E l’aspetto davvero inquietante è che si tratta di una follia lucida, ben congegnata, indotta ad arte per ragioni di dominio, di potere politico ed economico, e di controllo sociale. Massa non è popolo; massa non è nazione; massa non è altro che un insieme di individui che non hanno nulla in comune, che non condividono valori, regole sociali, fedi, usanze e culture. L’unico collante che li unisce è la fredda legge positiva giuridica e commerciale, e dunque il potere dell’oligarchia dominante.

Il politicamente corretto, in tutte le sue gradazioni e incidenze, diventa dunque il più efficace strumento di potere e di sterilizzazione dei popoli; ricostruisce una trama sociale, non attraverso la profonda condivisione di usi, costumi, memoria storica, identità e fedi, ma attraverso la loro dirompente divisione e messa in discussione. Diventa così l’antitesi della libertà, della realtà storica e sociale, poiché ricostruisce una realtà virtuale, definita dall’ideologia dominante e non corrispondente alla verità. Ciò, se da un lato richiede il controllo e la rieducazione delle masse, attraverso l’imposizione di una determinata semantica e della stigmatizzazione dei comportamenti sociali che rinnovano e rafforzano i legami identitari, dall’altro richiede una moderata repressione degli stessi comportamenti, che determinino sequenzialmente una lenta assuefazione alle “catene”, diventate parte integrante del concetto di libertà.

Ecco perché è corretto affermare che oggi non viviamo in una società realmente libera e aperta, ma in una società in cui la libertà è simulata. Viviamo in una società nella quale la libertà è definita da ciò che viene imposto come “politicamente corretto” dal potere. E siccome il potere oggi tende a definire con la lente dell’ipocrisia politicamente corretta qualsiasi ambito della nostra vita, compreso il nostro modo di pensare e credere, ogni giorno che passa, gli spazi concessi alla vera libertà diventano sempre più angusti e vengono lemme lemme sostituiti da una libertà posticcia e massificata, che certifica una decadenza culturale e identitaria ormai inarrestabile.

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