Politicamente corretto e bizantinismi semantici

politicamente-corretto-bizantinismiDa sempre l’uomo ha cercato di definire le cose, se stesso e i fenomeni, attribuendo loro un nome o un aggettivo che esprimessero al meglio la realtà che percepisce con in cinque sensi. Spesso è riuscito a creare dei veri e propri termini “onomatopeici“, capaci cioè di attribuire all’oggetto della sua osservazione un riferimento linguistico cucito su misura, in grado di semplificare la comunicazione con i suoi simili, attraverso dei fattori semantici semplici e immediati.

Poi è nato il “politicamente corretto” (in inglese “politically correct“) e allora la semantica dei termini definitori è stata completamente rivoluzionata. Da quel preciso istante, il problema delle definizioni è mutato radicalmente. L’etica politica (dal quale il politicamente corretto proviene), ha imposto dei paletti “etici” alle definizioni nominali e aggettive, perché queste fossero conformi a una pretesa e asserita forma di rispetto nei confronti del fenomeno osservato (solitamente una minoranza: un gruppo ristretto di persone che si distinguono dalla maggioranza). Cosicché, da quel momento in avanti, il problema non è stato più posto nei termini del se l’intento definitorio riesce a esprimere fedelmente la realtà empirica, quanto se tale intento è (o meno) politicamente corretto.

L’uso del termine “politicamente scorretto” e l’offensività (o il dileggio), oggigiorno vanno di pari passo. Con il tempo, infatti, vi è stata una sovrapposizione tra le due locuzioni. Chi utilizza termini politicamente scorretti (e dunque non “etici”) automaticamente – ed è questa la regola – offende colui il quale è destinatario dell’aggettivo. Se, per esempio, una persona utilizza il termine “negro” per definire una persona dalla pelle scura, si espone alla censura, poiché utilizza il termine sbagliato per indicare qualcuno che ha la pelle di colore più scuro rispetto alla sua. Eppure il termine “negro” è sempre stato utilizzato nella nostra società, essendo mutuato dalla lingua spagnola, ove appunto significa “nero“. Ma anche “nero“, da qualche tempo –  secondo le regole del politicamente corretto – è da censura. E perdonatemi: ne ignoro la ragione. L’utilizzo del termine corretto è “persona di colore“, che a mio modo di vedere non ha grande senso. Peraltro, ci si domanda il perché sarebbe politicamente scorretto definire “nera” una persona dalla pelle scura, mentre non lo è definire “bianca” una persona dalla pelle bianca.

La questione in verità non riguarda il termine in sé, quanto l’utilizzo che di esso si fa. Tralasciando gli aggettivi volgari, che riassumono in sé il disprezzo, poiché coniati con quel preciso intento (es. il termine volgare “frocio” al posto di “omosessuale” o “gay“; in questo caso, il politicamente corretto non c’entra nulla, poiché il termine anzidetto è volutamente offensivo), è la circostanza del suo uso che rende un termine dispregiativo e razzista, e dunque scorretto; indipendentemente dal suo uso normale e dalla sua genesi. Ma siccome la circostanza non è sempre facile da accertare, ecco che i propugnatori del politicamente corretto adottano la soluzione più semplicistica e sbrigativa: cancellare tout court il termine dal vocabolario; renderlo off limits e censurare chi lo utilizza, ciò a prescindere da dove lo si utilizzi e con quale volontà o modalità. Infine, lo si sostituisce con altri che nelle intenzioni dovrebbero essere più “corretti”, ma che invero corrispondono a dei veri e propri bizantinismi semantici  che rasentano spesso il ridicolo.

Eppure ci vuole poco a capire che il “divieto” dell’uso dei termini politicamente scorretti può essere facilmente aggirato con una buona dose di ipocrisia retorica. Se si utilizza per esempio il termine “persona di colore” in un contesto minaccioso e violento nei confronti delle persone dalla pelle scura, il rispetto del politicamente corretto perde di significanza; parimenti se il termine “negro” o “nero” venisse utilizzato in un contesto di massimo rispetto nei confronti delle persone dalla pelle scura. In entrambi i casi infatti la censura del politicamente corretto non raggiunge il suo obiettivo: nel primo caso, perché l’offesa si è verificata comunque, anche con l’utilizzo di un termine politicamente corretto; nel secondo caso, perché il rispetto della dignità della persona non è affatto mancato, nonostante si sia utilizzato un termine considerato politicamente scorretto.

Stabilito che la scorrettezza che comporta l’offesa o la denigrazione più che il frutto del significato intrinseco del termine è frutto della circostanza (e della volontà) di chi lo utilizza in un dato modo, e accertato che la carica negativa di un pensiero può manifestarsi anche con l’uso di termini politicamente corretti (e dunque etici), può altresì affermarsi che la qualificazione di un termine come termine politicamente corretto è convenzione umana, basata su un approccio etico e politico, mutevole nel tempo e influenzato dalle circostanze ideologiche dominanti, come tale “finalizzata a ridurre alcune consuetudini linguistiche, giudicate come discriminatorie e offensive nei confronti di una qualsiasi minoranza” (fonte: Wikipedia).

Dato questo presupposto, nella nostra società l’ossessione per il politicamente corretto nei confronti di una presupposta qualità di persone, ha creato delle vere e proprie storture, repressioni e censure sia nella libertà di pensiero e sia nei rapporti sociali, favorendo oltremodo pretese di rispetto indiretto del “politicamente corretto”: non solo è vietato utilizzare (direttamente) termini politicamente scorretti per definire una minoranza, ma è pure vietato utilizzare termini che enfatizzino un fenomeno, uno stato o una persona in opposizione all’oggetto (fenomeno, comportamento o persona) tutelato dal politicamente corretto. Faccio un esempio pratico: se è politicamente scorretto attribuire l’aggettivo “nero” a una persona dalla pelle scura, è altrettanto politicamente scorretto asserire di essere orgogliosi di non avere la pelle “nera” o addirittura di essere orgogliosi di essere “bianchi“. Ma – badate – non il contrario. Una persona dalla pelle scura può asserire tranquillamente di essere orgoglioso del colore della propria pelle, senza alcun rischio di censura. La ragione di questa disparità di trattamento è da rilevare in una presunzione, difficilmente superabile per via dell’onnipresente politicamente corretto (è scorretto anche superare tale presunzione): la persona di colore è considerata sempre discriminata, perché minoranza in una società in cui predomina la pelle chiara. Ma anche questa presunzione politicamente corretta è – a mio modo di vedere – pur sempre una sottile discriminazione nei confronti delle persone dalla pelle scura, perché le pone costantemente sotto tutela, inibendo la loro piena integrazione sociale con un’asserita e a volte ingombrante volontà di proteggerle.

Sotto il profilo giuridico, il politicamente corretto non ha alcuna diretta rilevanza. Esso è soprattutto una regola sociale ed etica, seppure a volte pesi nella valutazione giuridica di un fatto che abbia (soprattutto) rilievi penali. Il fenomeno del razzismo è punito dall’art. 3, legge n. 654 del 1975 (modificata dal DL n. 205/1993 e dalla legge n. 85 del 2006). In base alla norma e all’elemento oggettivo in essa delineato, la valutazione dell’illecito è fatta dal giudice esaminando in primis la volontà (dolosa) dell’agente di commettere il fatto descritto dalla norma incriminatrice. Egli perciò dovrà indagare la volontà dell’agente e dovrà definire i paletti entro i quali il comportamento illegale abbia o meno assunto profili razzisti. E qui soccorrono la giurisprudenza e la dottrina. Va da sé che se il giudice nell’indagine non potrà non tenere conto anche delle regole del politicamente corretto, queste da sole non possono (per ovvie ragioni giuridiche) né devono essere le uniche ragioni che conducono a una censura penale. In un certo qual senso il giudice potrebbe anche accertare un intento definitorio politicamente scorretto, ma dalle circostanze fattuali non ravvisare l’intento denigratorio o razzista.

Per concludere, se è vero che il politicamente corretto assume i connotati di una convenzione umana basata su principi etici definiti in un dato momento storico dalla ideologia politica dominante, la cui finalità è la cancellazione semantica di alcune definizioni giudicate inopportune e non corrette per definire un determinato fenomeno sociale (uomo, gruppo, minoranza linguistica, etnica, religiosa o politica), è anche vero che le critiche nei suoi confronti possono essere essenzialmente tre:

  1. Il cambio di forma dei termini non esclude la discriminazione e dunque assume venature ipocrite che accentuano semmai la discriminazione.
  2. Il cambio di forma dei termini porta spesso a dei bizantinismi semantici e definitori che ridicolizzano il fenomeno sociale o la condotta che si vuole proteggere e tutelare.
  3. Il politicamente corretto comprime gravemente la libertà di pensiero e di opinione e costringe la varietà nel pensiero unico dominante, non sempre utile alla ricchezza delle idee.

L’intento di tutela del politicamente corretto è – a mio avviso – un intento inutile ed è invero finalizzato ad annichilire le libertà. Se infatti non sono le definizioni “corrette” che impediscono la discriminazione, parimenti non sono le definizione “scorrette” che discriminano. Semmai entrambi costringono il fenomeno in un ghetto semantico, ponendo ancor più l’accento sulla diversità, che dovrebbe invero essere superata per favorire meglio l’integrazione. E se è pur vero che molte definizioni sono intenzionalmente offensive, è anche vero che non tutte le definizioni, oggi considerate politicamente scorrette, sono nate con quell’intento.

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