Perché viviamo in un regime neoliberista

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Ormai non ci sono dubbi, se anche esistesse in fondo al cuore della classe dirigente di questo paese un po’ di sano patriottismo costituzionale, è ben sepolto sotto una mefitica cappa neoliberista, che da qualche decennio ammorba e avvelena l’aria italica. Ed è difficile asserire il contrario davanti all’evidenza. E se qualcuno mi viene a dire che il (neo)liberismo in Italia non lo abbiamo mai avuto, sbaglia, e sbaglia perché talmente ci siamo dentro, che persino i più convinti liberisti pensano che questa schifezza non sia liberismo. E invece lo è: questo è proprio il liberismo, baby. Politiche supply side assolutamente inefficaci e inutili (e persino incostituzionali), tagli alla spesa pubblica per raggiungere il pareggio di bilancio (con buona pace delle regole di macroeconomia), avanzo primario (manco fossimo un’azienda o una famiglia), rigore dei conti (perché papà deve risparmiare, altrimenti chi glieli presta i soldi?). Insomma, tutto quello che piace a chi pensa che lo sviluppo economico, la crescita e dunque il lavoro arrivino, per grazia ricevuta, solo perché tagli le tasse e gli ospedali pubblici.

Ci hanno fregato per bene. Cinquant’anni di propaganda anticomunista e il mito americano del successo capitalistico, hanno preparato questo paese al regime invisibile: quello che non si vede, ma si sente nei mille torti quotidiani e nella sistematica violazione della sovranità. Il regime neoliberista. Perché questo è un fottuto regime, e ci siamo talmente dentro, che ci sembra persino normale esserci. Anzi, non solo ci sembra normale, ma addirittura questo regime e la sua propaganda, da anni alimentano in noi un insano senso di colpa: quello di aver vissuto al di sopra delle nostre possibilità, spendendo e spandendo risorse che erano altrui (sic!). Un senso di colpa (ingiustificato) che richiede a gran voce l’impellente e religiosa necessità di contrirsi e autoflagellarsi economicamente e socialmente per espiare l’intollerabile peccato (schuld). Pareggio di bilancio, rigore nei conti pubblici, deflazione, disoccupazione strutturale sono il simbolico gatto a nove code, il cui uso sapiente e doloroso è necessario per raggiungere la salvezza e l’espiazione della colpa indicibile, a causa della quale le nuove generazioni sono condannate alla povertà perenne.

Un delirio che però ha un suo specifico scopo ben cristallizzato (lo sappiamo) nell’art. 3.3 del TUE (Trattato Unione Europea). Che non è certo quello di farci prendere coscienza dei nostri errori passati per evitarli in futuro, quanto garantire ai dominatori del regime che noi non ci si ribelli più e che si creda seriamente che le frustate nelle palle siano assolutamente necessarie per rinascere come l’araba fenice, e ciò senza la necessità di utilizzare il becchime pubblico. E qui lo scopo vero è disvelato: rendere lo Stato e i sistemi democratici assolutamente sterili nel loro ruolo di maker economici, e ciò affinché il sistema sia in grado di garantire agli investitori di ingenti capitali, rendite finanziarie stabili; scopo questo irrealizzabile se lo Stato agisse come maker economico e perseguisse la piena occupazione, così come è previsto in Costituzione.

Il regime neoliberista è questo. Da una parte impone un sistema democratico formalistico, vuotato delle proprie prerogative e della propria sostanzialità, e dall’altra crea una rete propagandistica formidabile che dipinge le ingerenze dello Stato nell’economia come un pericolo per la stessa democrazia, evidenziando la necessità che allo Stato-comunità siano sottratte certe prerogative. Del resto, a cosa credete servano le cessioni di sovranità monetaria ed economica (peraltro incostituzionali), la previsione delle autorità indipendenti, la banca centrale indipendente e i vari meccanismi automatici, se non a sottrarre ai processi democratici quelle scelte di fondo la cui connotazione è capace di impattare, a seconda della loro natura, sugli investimenti dei grandi capitali finanziari? Il regime è nato per tutelare solo questi ultimi; non la piena occupazione, che al massimo (ma è pura fantascienza) può essere considerata un effetto collaterale assolutamente non voluto né ricercato, e che, anzi, proprio per questa ragione, qualora sia d’ostacolo alla stabilità finanziaria dell’investimento, deve essere repressa.

Chi ritiene che tutto ciò non sia un regime, solo perché può uscire di casa e scrivere due cazzate sui social, è un povero illuso. Esistono molte forme di regime politico oppressivo. Quello che viviamo oggi è un regime infido, invisibile, basato sulla tecnocrazia e sulla sistematica denigrazione della democrazia popolare e dello Stato nazionale, considerati un pericolo per la libertà degli individui e per le libertà economiche; un regime che – come si è detto – attraverso la colpevolizzazione dell’intervento dello Stato in economia, persegue lo scopo della stabilità finanziaria, il cui prodotto di scarto tossico è la desolazione economica e l’autodenigrazione nazionale. Quella che in Italia viviamo da più di vent’anni.

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