Perché un sonoro NO all’abolizione del valore legale del titolo di studio

Matteo Salvini, sorprendendomi, ha rilanciato un vecchio cavallo di battaglia neoliberista: l’abolizione del valore legale dei titoli di studio. In cosa consista, è chiaro: se il titolo di studio non avesse valore legale, e cioè certificasse che la persona che lo ha conseguito è legalmente competente nella materia oggetto del titolo, il titolo stesso diventerebbe un pezzo di carta il cui valore verrebbe determinato dal mercato e non dalla legge.

Dunque il mercato. Ai più sfugge questo piccolo dettaglio, che non è davvero piccolo. Nei paesi anglossassoni funziona infatti così. Non tutte le lauree in giurisprudenza o in economia o in ingegneria sono uguali. Ci sono lauree che, nelle quotazioni del mercato, valgono di più e altre che valgono di meno. 

Qualcuno ora qui potrebbe dire: ma allora è un buon sistema. Premia il merito

Insomma… più che il merito premia il prestigio dell’università dove si è conseguito il titolo e il reddito dello studente. Perché l’abolizione del valore legale mette in forte competizione le università, che farebbero a gara per offrire la “migliore” (il virgolettato è d’obbligo) formazione. “Migliore” formazione – beninteso – che non viene data gratis o con i sussidi statali, ma dietro il pagamento di una retta sostanziosa, normalmente pari a uno stipendio medio mensile, che i genitori del laureando, ammesso possano permetterselo, dovrebbero pagare svenandosi. Tanto che, forse, salvo non siano dei piccoli Berlusconi, i genitori anzidetti dovranno scegliere se comprare casa o pagare gli studi al figlio. E se i figli sono più di uno, qualcuno di loro dovrà essere lasciato a terra.

Per farla breve, l’abolizione del valore legale del titolo di studio è un provvedimento che, qualora venisse approvato, non faciliterebbe l’accesso dei laureati al mercato del lavoro, bensì renderebbe la stessa università un mercato, dove il miglior titolo di studio se lo accaparra non sempre il migliore (anzi), ma chi ha maggiori possibilità economiche (i ricchi). Il titolo di studio esso stesso diventerebbe classista e si tornerebbe indietro nel tempo, a un’epoca nella quale la classe dirigente e dominante sarebbe espressione di una stretta élite di capitalisti e di agiate famiglie.

Ecco perché, d’altra parte, un simile provvedimento, qualora diventasse legge, potrebbe persino violare la nostra Costituzione. E in particolar modo, sarebbe certamente incostituzionale, là dove non prevedesse che il valore legale rimanga operativo per l’accesso ai concorsi pubblici. Non sarebbe accettabile infatti che l’accesso a tali concorsi venisse limitato solo a coloro i quali hanno conseguito la laurea in una certa università e non in un’altra. Il valore legale, in questo senso, garantisce oggi che ciò non accada: per accedere agli uffici pubblici, i titoli di studio, in qualunque struttura conseguita, sono sempre idonei allo scopo.

La verità dunque, con la proposta di abolire il valore legale dei titoli di studio, è che si vorrebbe gettare via il bambino con l’acqua sporca. Siccome le università italiane non formano, sono scarsamente efficienti e sono, in alcuni casi, colonie baronali, ecco che si vorrebbe risolvere il problema, privatizzando del tutto l’istruzione superiore. Ed è chiaro che questo è un errore di valutazione grossolano. Non si rimedia ai mali dell’istruzione italiana, privatizzandola e rendendola un mercato di titoli e competenze; i mali dell’istruzione italiana devono essere combattuti con una forte e determinata azione politica che garantisca la piena attuazione dell’art. 34 della Costituzione. Ma, ancora una volta, per fare tutto ciò, è necessario riprenderci la sovranità perduta. Salvini ci ripensi.