Perché un sonoro NO ai capitali cinesi

Il Governo vorrebbe stringere rapporti con obiettivi di investimenti massicci cinesi in Italia (la cosiddetta “via della seta“). In sintesi, secondo questa prospettiva, per i cinesi sarebbe l’affare del secolo costituire un grande hub commerciale nel nostro paese, e per gli italiani sarebbe l’occasione di ricevere massicci finanziamenti per opere pubbliche e infrastrutturali (in particolare porti e telecomunicazioni – v. tecnologia 5G).

Dunque, apparentemente sembrerebbe una buona cosa. Ma non lo è. Anzi… Tutt’altro. E’ altamente sconsigliato permettere che una grande potenza “giovane” come la Cina, economicamente “aggressiva”, possa investire massicciamente in Italia. Questi finanziamenti rischiano di essere la catena con la quale il Governo e il capitalismo darwiano cinese potrebbero tenerci al guinzaglio, condizionando pesantemente la nostra politica interna ed estera (cosiddetta “trappola del debito”). Un sistema attraverso il quale la nostra sovranità, già gravemente compromessa dai trattati europei, verrebbe ulteriormente compressa e svilita in un gioco geopolitico dannoso per il nostro interesse e la nostra indipendenza.

D’altra parte, non sfugge ai più attenti che nel tentativo di realizzare la “via della seta“, sia emerso inequivocabilmente il DNA “liberista” di questo Governo. Del resto, le politiche di attrazione di massicci investimenti stranieri in Italia rientra perfettamente nella logica neoliberista e globalista che rigetta qualsiasi prospettiva economica sovrana e costituzionale. Le politiche per creare lavoro e occupazione, e per costruire infrastrutture (anche vitali) – secondo questa logica – non possono passare per investimenti pubblici e industrie pubbliche (sia mai che aumenti il deficit e il disavanzo primario!), ma deve passare per la “bontà” e l’interesse di una potenza straniera e per le aziende estere private e persino pubbliche (ed è qui che sta il paradosso). Questa idea, peraltro, omette (o considera “alla leggera”) la valutazione circa le nefaste conseguenze che potrebbero verificarsi con gli investimenti esteri in settori strategici e infrastrutturali, come del resto ho già rilevato ut supra. Aggiungo qui, per completezza, le conseguenze sulle tutele sociali e lavoristiche (in un’ottica puramente concorrenziale e globale) e la non peregrina possibilità che si verifichi, nel tempo, una vera e propria colonizzazione della nostra economia dalla quale poi sarebbe difficile affrancarsi.

Senza contare l’impatto negativo che potrebbe avere questo accordo (rectius: memorandum) sulle relazioni con il nostro potente alleato americano, proprio ora che nello studio ovale siede un presidente poco entusiasta dell’Unione Europea e particolarmente ostile ai tedeschi e ai cinesi. Per quanto non sembri, gli USA oggi potrebbero rivelarsi il nostro migliore alleato contro l’Unione Europea in una prospettiva di uscita dalla moneta unica. Ma questo genere di iniziative – mi riferisco agli accordi sulla “via della seta” – rischiano di compromettere irrimediabilmente la fiducia di Potomac nei confronti dell’Italia, e per quanto ciò potrebbe non impattare, almeno nell’immediato, sui rapporti correnti, nel tempo la fiducia compromessa potrebbe rivelarsi deleteria e fatale. Gli USA a quel punto potrebbero infatti ritenere che tra un’Italia legata alla Cina e un’Italia legata alla Germania e alla Francia, sia meglio quest’ultima, utilizzando tutta la loro influenza e tutto il loro potenziale geopolitico per legarci mani e piedi a Berlino e Parigi, e questa volta in modo definitivo.

Ecco perché è necessario dire NO a intese strategiche con la Cina. Per quanto sia chiaro che gli USA siano altrettanto ingombranti quanto i cinesi e perseguano solo i loro interessi geopolitici, la potenza asiatica mostra una determinazione egemonizzatrice altamente problematica per il nostro paese. Peraltro – e lo ripeto – questi accordi vanno a certificare che il Governo in carica considera le politiche globaliste e neoliberiste orientate all’export e all’attrazione di capitali stranieri, come politiche positive e auspicabili, là dove invece sono chiaramente deleterie e dannose. La nostra Costituzione offre un modello economico che favorisce l’intervento pubblico nell’economia nazionale per garantire i livelli occupazionali e lo sviluppo anche infrastrutturale. Non abbiamo bisogno dei capitali cinesi. Abbiamo solo bisogno di sovranità e coraggio. Quelli che però mancano e che non possono certo essere suppliti dalle potenze straniere.