Perché la spesa pubblica può essere inefficiente ma non improduttiva

Che significa “spesa pubblica improduttiva”? Ne sentiamo spesso parlare nelle discussioni mainstream che hanno eretto a loro totem l’ideologia neoliberista dello Stato-azienda. Un’ideologia, quella dominante, che veicola l’idea che lo Stato spenda ingiustificatamente senza averne un tornaconto (in produttività o in utile), sicché le tasse che paghiamo sono la conseguenza logica ed eziologica dei soldi buttati al vento , e dunque sono risorse sprecate.

E’ una logica questa che – dicevo – domina lo scenario attuale e che però non ha alcuna razionalità in un’ottica macroeconomica. In realtà, la spesa pubblica non è mai improduttiva. Per fare un esempio banale: se lo Stato mi passa 100 per non fare una benemerita mazza (cosa alquanto improbabile nonostante le leggende metropolitane che circolano sull’argomento), e quei 100 li uso per acquistare beni e servizi, genero un profitto per qualcun altro. Dunque perché quel denaro dovrebbe essere considerato a torto spesa improduttiva, quando in realtà, consumandolo, produco reddito per qualcun altro?

Mistero! Senza contare pure che l’improduttività è un concetto piuttosto ambiguo ed evanescente. Perché, tornando all’esempio di prima, se io conseguo 100 da un’attività imprenditoriale (produttiva per antonomasia), epperò quei 100 non li utilizzo in alcun modo, tenendoli semmai conservati nel mio materasso, è chiaro che siamo davanti a una somma derivante da un’attività produttiva, che però viene allocata in un contesto oggettivamente improduttivo (il materasso).

La verità è che è concettualmente errato parlare di “spesa pubblica improduttiva”, che presuppone che esista una spesa pubblica produttiva (ma quale?). Esiste semmai la spesa pubblica inefficiente. Ma l’inefficienza non è correlata all’identità del destinatario di quella spesa (es. lo stipendio di un dipendente pubblico), ma è correlata nel suo complesso ai fallimenti degli obiettivi per i quali quella spesa è stata capitolata. Sicché se il mio proposito di Governo è quello di istituire un ente il cui scopo è verificare la regolarità delle licenze sulle costruzioni edilizie, e questo ente non verifica o verifica male, ovvero nel farlo intralcia il cittadino nella propria attività (costruire l’immobile), la spesa correlata all’istituzione di quell’ente non è improduttiva, è semplicemente inefficiente. E in tale caso l’inefficienza avrà un impatto negativo concreto sull’economia reale.

E’ chiaro comunque che il messaggio politico che ruota attorno alla “spesa pubblica improduttiva” è un messaggio straordinariamente efficace, ed è penetrato a fondo nel nostro modo di pensare lo Stato. Che è visto oggi come il nemico da abbattere: un pozzo senza fondo che utilizza i soldi dei contribuenti per alimentare sprechi e privilegi, e non già per offrire servizi e perseguire finalità di equità sociale; finalità che il mercato da solo non è in grado di perseguire. Ed è altrettanto chiaro che l’implicazione di questo messaggio è solo una: l’esigenza impellente di privatizzare il privatizzabile e di ridurre gli ambiti operativi dello Stato (anche in economia) sul presupposto che il privato, perseguendo un profitto, riesca meglio rispetto al pubblico.

Ragionamento chiaramente fallace. E lo è per una semplice ragione: nessuno infatti può garantire con certezza che un investimento privato sia (maggiormente) produttivo, in un’ottica di interesse generale, rispetto a un investimento pubblico. Il ragionamento in base al quale siccome l’imprenditore ha come obiettivo il profitto sicuramente offrirà un servizio migliore, è completamente arbitrario. Proprio il profitto infatti potrebbe rendere l’investimento produttivo sì, ma per l’imprenditore (un maggiore profitto), e nel contempo dannoso per la collettività o per determinati segmenti della collettività: l’imprenditore per conseguire il più alto profitto, potrebbe infatti sacrificare aspetti non secondari e fondamentali, come la sicurezza, la qualità dei materiali o il tempo giusto per progettare e costruire l’opera. Potrebbe anche prospettare due tipologie di offerte: una qualitativamente più scarsa per i percettori di basso reddito e una migliore per quelli di alto reddito, creando così una discriminazione in base alla capacità economica dell’utente.

La verità dunque è che non esiste la spesa pubblica improduttiva. E’ un falso teorico, che però – come ho scritto – ha una sua ratio politica: far passare il messaggio che lo Stato sia un’entità che merita di essere ridimensionata e desovranizzata, perché fonte di sprechi, corruzioni e privilegi intollerabili. Naturalmente questo a tutto vantaggio delle entità sovranazionali che tirano i fili della finanza e del mercato globale. Che attraverso la propaganda martellante della spesa pubblica improduttiva hanno indebolito lo Stato e hanno instaurato un sistema economico-sociale nel quale il dominio e il potere non sono decisi attraverso i normali processi democratici (v. spread), ma attraverso l’intessitura di una rete di relazioni economiche e politiche autoreferenziali, basate sull’umore e il condizionamento dei mercati.

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