Perché la proposta dell’università gratis è irricevibile

Pietro Grasso, il premier in pectore di Liberi e Uguali, propone la gratuità dell’Università, raccogliendo entusiastiche adesioni nel mondo della sinistra bene. La proposta di Grasso prevede – come lui riporta su Facebook – parte dal presupposto che gli sgravi, comunque oggi riconosciuti, non siano sufficienti, perché anche solo pagare 1000 euro, anziché 4000, è pesante. Le parole di Grasso, riportate in un lungo post su Facebook:

… Grazie alla legge citata da Nannicini – la 232/2017 – chi raggiunge i 30 mila euro di Isee avrà uno sgravio importante, rispetto alla tassa massima che potrebbe pagare. Certo, chi si iscrive a una buona Università non pagherà la tassa massima (che può raggiungere i 4000 mila euro), ma intorno ai 1000: mi sembrano comunque tanti. Magari se quella Università si trova in una grande città, viverci costa molto: non stiamo impedendo a qualcuno di scegliere un buon percorso di studi? Tutto questo, per di più, arriva dopo che le tasse universitarie italiane sono aumentato del 60% in dieci anni: solo in Spagna e Olanda le università pubbliche costano di più…

C’è però il problema degli studenti fannulloni, che Grasso risolve in questo modo, collegando la gratuità al profitto:

… Avete paura che qualche fannullone si parcheggi all’università senza pagare le tasse? Noi crediamo che a ogni diritto corrisponda un dovere: per studiare gratuitamente sarà necessario dimostrare di farlo con profitto (con parametri diversi per gli studenti lavoratori)…

università-gratis-leu-elezioniApparentemente, vista così, la proposta sembra positiva. Ma c’è un ma. Non si capisce infatti perché una famiglia mediamente benestante che abbia le capacità economiche per sopportare i costi universitari del proprio rampollo (e non parlo semplicemente dei ricchi, che magari i figli li fanno studiare nelle Università private), non debba pagargli l’istruzione universitaria, anche se in minima parte, in proporzione al reddito, non ritenendosi che questa eventualità corrisponda in realtà a un’esigenza di giustizia sociale.

D’altro canto, la proposta di Grasso cozza con l’art. 34 della nostra carta costituzionale, il quale prevede la gratuità dell’istruzione solo per l’istruzione inferiore, e non già per quella superiore. La norma infatti, per l’istruzione superiore, prevede la gratuità (attraverso il riconoscimento di borse di studio e altre provvidenze) solo per i più meritevoli che non hanno le capacità economiche sufficienti per pagarsela.

Ora qui qualcuno potrebbe farmi il seguente ragionamento: è vero, ma l’art. 34 non esclude che lo Stato possa rendere gratuita l’istruzione superiore e universitaria. In realtà stabilisce solo che quella inferiore sia gratuita, lasciando libera la decisione dello Stato di prevedere o meno la gratuità di quella universitaria o superiore, con l’unico vincolo che qualora sia a pagamento, i più meritevoli che non abbiano la possibilità economica, debbano comunque avere il diritto a istruirsi, a spese dello Stato (borse di studi e altre provvidenze).

Il ragionamento anzidetto è corretto, ma fino a un certo punto. In primis, se è vera la regola che tutto ciò che non è espressamente vietato è consentito, è anche vero che la prospettazione di una università completamente gratuita produce effetti regressivi e distorsivi, peraltro assolutamente intollerabili in uno Stato a sovranità parziale come il nostro. I costi (le stime ottimistiche parlando di 1,7 miliardi di euro in più all’anno) infatti verrebbero spalmati necessariamente sulla fiscalità generale (e dunque indiscriminatamente su tutti: ricchi e poveri), oppure recuperati attraverso un risparmio di spesa che potrebbe avere ripercussioni negative su altri servizi pubblici (e in questo caso, soprattutto a danno dei poveri). Il che spiega perché i costituenti esclusero che l’istruzione superiore e quella universitaria fossero gratuite, stabilendo semmai agevolazioni economiche per gli studenti più meritevoli che non avessero le possibilità economiche per accedervi.

La verità è che una legge simile sarebbe quasi certamente incostituzionale sotto il profilo dell’art. 3 e dell’art. 53 della Cost. Se il primo articolo impone l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini (escludendo che il ricco e il povero vengano trattati allo stesso modo, a fronte delle loro diverse capacità economiche), il secondo stabilisce che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.” Ed è fuor di dubbio che l’università sia un servizio che genera spesa pubblica, sicché, aggirare per legge la partecipazione proporzionale a tale spesa, stabilendo la gratuità universale (slegata dal reddito) dell’istruzione universitaria (seppure in ragione del profitto) cozza in modo lampante contro questo principio. Il ricco e il povero si troverebbero entrambi a godere di un servizio che il primo potrebbe benissimo pagarsi (proporzionalmente alla capacità reddituale) e il secondo no. Lo svantaggio, in questo caso, sarebbe del secondo e non del primo. E questo perché lo Stato per recuperare il denaro non più richiesto al primo, sarebbe costretto ad aumentare la pressione fiscale anche a carico del secondo o togliere o diminuire per quest’ultimo un altro servizio essenziale.

E certo non soccorre a giustificare questa idea, il fatto che il SSN sia gratuito (così qualcuno afferma), e ciò perché in realtà il SSN non è completamente gratuito, ma è basato sul sistema dei ticket, e dunque le prestazioni fornite (non tutte) sono pagate dai cittadini in base alla propria capacità reddituale. Senza contare che la determinazione dei costi e delle esenzioni sono demandate, per competenza, alle regioni, che possono stabilire in alcuni casi ciò che è gratuito e ciò che non lo è.

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