Perché la nostra non è una Repubblica Presidenziale

mattarella-capo-stato-repubblicaPremesso quanto è accaduto ieri, chi conosce sommariamente i meccanismi della repubblica presidenziale, sa perfettamente che il Governo lo decide il Presidente della Repubblica, essendo il capo politico del potere esecutivo (es. USA). In una repubblica semi-presidenziale, il Capo dello Stato non è coinvolto direttamente nell’esecutivo, ma lo nomina in ragione di un preciso indirizzo politico da lui definito. Ciò, per esempio, accade in Francia.

In entrambi i casi, esistono dei contrappesi che garantiscono equilibrio. Soprattutto esiste l’elezione diretta che legittima politicamente il Presidente della Repubblica a fare determinate scelte di indirizzo politico.

In una repubblica parlamentare come la nostra, il Presidente della Repubblica non è una figura politica, ma è una figura istituzionale, le cui prerogative sono essenzialmente di garanzia e di rappresentanza. Per questa ragione, egli è politicamente irresponsabile per gli atti compiuti nell’esercizio del suo mandato (art. 90), e gli atti che egli firma devono essere sempre controfirmati dal Ministro competente e nel caso di atti avente forza di legge o legislativi, dal Presidente del Consiglio (art. 89).

Dunque, da queste norme emerge inequivocabilmente che il Capo dello Stato non è una figura politica, non ha potere di indirizzo politico, né può usare le proprie prerogative per definirne uno proprio, pure in contrasto con quello della maggioranza parlamentare che esprime il Governo (nella repubblica presidenziale ciò è invece possibile).

Conseguentemente i poteri ex-art. 92, afferenti alla nomina del Presidente del Consiglio e su proposta di questi dei ministri, sono poteri di garanzia sulle procedure corrette e l’adeguatezza soggettiva che non possono in alcun modo essere utilizzati per imporre un indirizzo politico che contrasti con quello definito nel programma di governo. Ecco perché nel loro insieme rappresentano un potere neutro (v. Mortati, Einaudi, Bozzi, Martines).

Il Capo dello Stato, nell’esercizio delle prerogative ex-art. 92, ha margini d’azione limitati, per lo più preordinati a verificare che la figura chiamata a svolgere il ruolo di Presidente del Consiglio sia adeguata. Per esempio, egli può legittimamente rifiutare di nominare un Presidente del Consiglio imputato per reati di grave disvalore sociale (omicidio, mafia), oppure che abbia un grave conflitto di interessi (anche se in passato ciò non è avvenuto), o ancora la persona chiamata non è oggettivamente idonea a svolgere il ruolo perché priva dei minimi requisiti richiesti (cittadinanza italiana, diritto di elettorato attivo e passivo), ovvero perché non ha quelle minime conoscenze culturali e giuridiche che gli permettano di assolvere pienamente al compito, ovvero ancora il profilo gli è stato imposto sotto la minaccia di un male ingiusto. Ma non può, in alcun modo, rifiutare un profilo perché ha posizioni od obiettivi politici che non coincidono con quelli da lui ritenuti prioritari, essendo questa una valutazione politica che non gli spetta per costituzione, spettando semmai immediatamente al Presidente del Consiglio (art. 95) e mediatamente alle Camere (attraverso l’istituto della fiducia, ex-art. 94).

Quanto ai ministri, la discrezionalità presidenziale è ulteriormente ristretta, perché la nomina è fatta su proposta del Presidente del Consiglio (art. 92). L’attuazione dell’indirizzo politico del Governo infatti richiede anche che i profili prescelti siano idonei allo scopo e godano della fiducia del Presidente del Consiglio e delle Camere (che infatti possono sfiduciare individualmente il ministro, v. sent. Corte Cost. 7/1996). Se non lo sono, l’attuazione dell’indirizzo politico verrebbe di fatto vanificata o gravemente compromessa (e con essa anche il voto). Il presidente della Repubblica, proprio per questa ragione, non può in alcun modo imporre un ministro a lui gradito o che ritenga inidoneo per il sol fatto che potrebbe attuare proprio l’indirizzo definito dalla maggioranza di Governo e dal Presidente del Consiglio incaricato, non essendo egli titolare dell’indirizzo politico del Governo.

Se questo è vero, forzare le prerogative ex-art. 92 nel senso che il potere presidenziale operi anche sulla sfera delle mere posizioni politiche dei ministri prescelti (e di riflesso sull’indirizzo politico), implica una forzatura in senso presidenzialista delle prerogative anzidette, sconfessata però da tutti i maggiori costituzionalisti e mai affermata nelle intenzioni dei padri costituenti, che se avessero voluto disegnare per la Repubblica Italiana un’architettura presidenziale, lo avrebbero fatto a tempo debito, individuando nella figura del Presidente della Repubblica, il capo politico del Governo.

In foto: il Capo dello Stato, Sergio Mattarella

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