Perché “Italexit” oggi è ridotta al lumicino

Il mondo “sovranista”, almeno sui social, è diviso. Da una parte c’è chi crede, in buona fede, che questa maggioranza (e la Lega in particolare) abbia in testa un progetto per portarci fuori dall’euro; nonostante le evidenze contrarie, sia macroeconomiche e sia politiche, insiste infatti con la storia di una strategia che non esiste. E dall’altra c’è chi non crede affatto esista una qualsivoglia strategia (i cosiddetti “tuttosubitisti”), ritenendo esistano una serie di elementi incontrovertibili che “tradiscono” la completa assenza di una volontà di exit dall’euro sia nel breve e sia nel medio e lungo termine (e in ogni caso, nel lungo termine saremo tutti morti).

Al di là della considerazione scontata che il deep state eurista in Italia sia forte, l’altalenante comportamento del Governo nei suoi rapporti con l’Europa sono stati fin da subito sintomo di una scarsa volontà di cambiare davvero le cose. Prendiamo il deficit previsionale. Con una certa baldanzosità si era partiti da un deficit non inferiore al 2.4% (comunque insufficiente), per finirla, dopo infinite ed estenuanti trattative con la Commissione Europea, al 2.04%. In questo contesto, non è tanto il deficit di per sé ad aver destato perplessità, quanto: a) la trattativa estenuante a seguito della minaccia di procedura di infrazione e spread; b) le rassicurazioni che non si voleva uscire dall’euro; c) la mancata attuazione delle misure antispread; d) la previsione di una clausola IVA di salvaguardia di 50 miliardi (nel caso di sforamento del deficit); g) l’introduzione della fattura elettronica, invisa all’elettorato, soprattutto leghista, nonostante la possibilità di eliminarla.

Ma anche a voler davvero affermare che tutto ciò sia parte di una strategia (ma non si vede quale) e che il deep state sia talmente eurista che ha bloccato qualsiasi tentativo di riforma euroscettica (il che è vero fino a un certo punto: la maggioranza ha il potere legislativo e il potere esecutivo, sicché avrebbe ben potuto neutralizzare qualsiasi ostacolo realmente importante all’interno delle strutture ministeriali e non), questa idea ben presto ha perso consistenza quando la Lega ha iniziato a parlare di autonomismo differenziato (lontano mille miglia da Italexitqui) e “dell’Europa si cambia da dentro” (ex plurimis, qui e qui), aggiustando il tiro del suo euroscetticismo. In altre parole si è passati da “usciamo dall’euro”, all’Europa si cambia da dentro e l’euro ce lo teniamo.

Non è un caso, del resto, che proprio ieri l’altro, all’annuncio che la BCE avrebbe avviato un nuovo TLTRO (qui), ho percepito moderata esultanza. Peccato però che proprio il TLTRO rappresenti l’ulteriore tentativo di procrastinare il sistema eurista, drogandolo con nuove ondate di liquidità alle banche. Una concessione che per il nostro paese non sarà a gratis. Mario Draghi ha dichiarato infatti che una delle cause della frenata dell’economia europea è l’Italia (qui). Un avviso chiaro e inequivocabile. L’Italia deve fare le “riforme” per abbassare il debito e portare a parità il bilancio dello Stato, e queste riforme non potranno che essere le solite: rasatura dei risparmi (patrimoniale), privatizzazioni e riduzione della spesa pubblica. Chi dunque ha esultato per il nuovo TLTRO (nella prospettiva di un nuovo QE), a mio avviso sbaglia.

Ma la domanda è un’altra: in cambio di questo TLTRO, chi si assumerà l’onere di fare le “riforme” neoliberiste qui in Italia nei prossimi mesi e nei prossimi due anni? Perché, vedete, se si intende rimanere dentro la moneta unica, con le regole attuali (Fiscal Compact), queste riforme diventeranno non tanto necessarie, quanto obbligatorie e improcrastinabili. Sono impegni internazionali che l’Italia ha preso e ai quali non può sottrarsi se non con una volontà politica determinata e davvero sovranista.

Ed ecco perciò che torniamo alla questione fondamentale: uscire o cambiare l’Europa da dentro? La risposta ormai è chiara: la strategia, soprattutto leghista, non è più l’exit, ma è cambiare l’Europa da dentro, tenendoci l’euro. Il tentativo sarà cambiare le regole di bilancio europee. Tentativo in realtà assai velleitario, destinato a infrangersi contro i veti della Germania (e della Francia) e contro le resistenze ordoliberiste dentro e fuori l’Italia.

Ora qualcuno però potrebbe vedere in questo inevitabile fallimento, la prova provata che in realtà la Lega vuole l’italexit. Abbiamo dimostrato che l’Europa è irriformabile e dunque si esce. No. Non è proprio così che andranno le cose. Come ho detto più su, il nuovo TLTRO impegnerà questo Governo e/o il prossimo a fare una manovra lacrime e sangue (di almeno 30 miliardi a spesa invariata – qui). E siccome i soldi, la BCE non ce li darà a gratis e Draghi è stato chiaro (supra), le riforme dovranno essere fatte. Chi le farà si assumerà la responsabilità politica di imporre provvedimenti impopolari e invisi, e se costui sarà il centrodestra a trazione leghista (a seguito della crisi di Governo con il M5S), il crollo dei consensi della Lega sarà inevitabile. Matematico. E allora, anche la più flebile speranza di uscita dall’euro verrà pietosamente tumulata, perché a seguito del crollo dei consensi del centrodestra, torneranno in auge i partiti euristi, come il PD e +Europa, in una coalizione magari guidata da Mario Draghi, ormai libero dal suo impegno in BCE.

Questo per dire che il quadro temporale nel quale fare l’italexit è davvero breve. Eppure, nessuno, nella maggioranza, sembra abbia la volontà di sfruttarlo, preferendo semmai non scostarsi troppo dalle politiche ordoliberiste e supply side fatte negli ultimi dieci anni (al netto dei provvedimenti elettoralistici che però nel contesto eurista prima o poi pagheranno pegno), mantenendo pari tempo un atteggiamento tiepidamente eurocritico del tutto sterile e velleitario.

L’ultima chiamata sarà la manovra 2020. Se questo Governo durerà e se davvero avrà il coraggio di rompere gli schemi, allora forse abbiamo una speranza; e la strategia si rivelerà quella auspicata: exit. Ma se questo Governo cadrà e arriverà un Governo di centrodestra a trazione leghista, ma moderatamente eurista, ovvero il Governo attuale sopravviverà e si piegherà alle richieste eurocratiche, difficilmente vedremo la lira. Anzi, il fronte eurista sarà destinato a rafforzarsi con un nuovo incremento dei consensi del PD e dei partiti fortemente euristi.