Perché immigrazionismo non fa rima con solidarietà

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L’immigrazionismo non è solidarietà, come qualcuno vorrebbe farci credere, e certo non solidarietà cristiana. Del resto, chi tra noi, cristiano o meno, chiuderebbe le porte a una persona che fugge da una guerra? Nessuno, o almeno non una persona che sia sana di mente. Dunque, qual è l’effettiva differenza tra la solidarietà “umana” e l’immigrazionismo? La risposta è semplice: è una differenza politica ed economica.

Mi spiego. L’immigrazionista dichiara che non devono esserci barriere o frontiere. Dunque afferma che non devono essere eretti muri, che tutti dovrebbero essere liberi di spostarsi da un luogo all’altro del globo, senza dogane, leggi immigratorie e via dicendo. Così facendo, l’immigrazionista esprime invero non un sentimento di solidarietà, bensì un’ideologia ben definita che ha davvero ben poco a vedere con la solidarietà.

Se ciò è vero, l’immigrazionista diventa, consapevolmente o meno, il polo ricettivo e il megafono di un’ideologia sociale ed economica che si pone agli antipodi rispetto alla solidarietà, poiché sostiene un’idea di immigrazione che impatta negativamente sui delicati equilibri socio-economici di una nazione, creando tensioni e disagio sociale, disgregazione, emarginazione, ghettizzazione. Il risultato è il darwinismo sociale ed economico neoliberista, generato da una competizione al ribasso tra immigrati e autoctoni, rinforzato da un processo di perdita repentina dell’identità comunitaria, basata sulla condivisione di valori comuni, di una memoria storica condivisa e di un background culturale omogeneo. In altre parole, l’immigrazionismo risponde alla logica del mercato e del profitto che si innesta facilmente in un sistema che mira a disintegrare gli Stati nazione e le loro costituzioni democratiche e sociali.

Un’immigrazione sana, invece, non dovrebbe essere supportata ideologicamente, ma pragmaticamente. Una società ha dei limiti di ricettività che sono parametrati al tipo di cultura, al rapporto tra popolazione e territorio e, soprattutto, all’economia e alla struttura sociale di riferimento. Partendo dal presupposto che un popolo deve potersi riconoscere in una condivisione di valori, idee e storia, è chiaro che l’immigrazione deve essere disciplinata in relazione a quei valori, quelle idee e quella storia, che non significa affatto “chiudersi”, bensì aprirsi nel modo corretto, affinché l’integrazione abbia successo. In questo senso, è importante che la disciplina immigratoria non permetta arrivi di massa non filtrata e, soprattutto, non crei squilibri economico-sociali che potrebbero essere dannosi, tra l’altro, per il processo di integrazione socio-culturale.

Ciò distingue le serie politiche migratorie di una nazione dall’ideologia immigrazionista-globalista. Se un paese versa in condizioni economiche “critiche”, se i suoi giovani partono verso altre nazioni, se la disoccupazione autoctona è allarmante, e nel contempo, masse di immigrati economici tentano di entrare in quel paese, non trovando una seria e determinata resistenza (anzi!), c’è qualcosa che non funziona nella struttura economico-politica di quello stesso paese. C’è una grave anomalia o una visione distorta e artificiosa della realtà immigratoria del tutto voluta, perché una cosa è accogliere masse di immigrati quando il paese è giovane e c’è una forte crescita economica che richiede forza lavoro che i residenti non possono soddisfare, altra è favorire l’immigrazione massiva in un paese in profonda crisi, dove la disoccupazione autoctona è una piaga seria. In quest’ultimo caso, le ragioni immigratorie, seppure variamente ammantate di solidarietà e umanità, si rivelano per quelle che in realtà sono: tentativi di abbattere i costi di produzione, attraverso la deflazione salariale, la compressione dei diritti sociali e la competizione al ribasso.

Dunque, non ci si può dire “umani” per il sol fatto di sostenere tesi immigrazioniste. La propria umanità, in questi casi, ha ben poco valore, perché l’immigrazionismo va a incidere negativamente sui diritti sociali delle classi meno abbienti e più deboli, di quelle più esposte al fenomeno, generando quel conflitto economico-sociale che piace tanto alle élite finanziarie, poiché alimentano la peggiore competizione di sempre, quella darwiniana, che ingrassa i profitti e disimpegna il grande capitale nella lotta alle diseguaglianze, che semmai, invece, vengono ancor più accentuate.

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