Perché il (neo)liberismo è un’ideologia

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Il liberismo funziona in questo modo. A monte abbiamo una tesi. La tesi è: il mercato si autoregola (laissez faire). Il mercato crea da sé un suo equilibrio economico e sociale. La giustizia sociale, nell’economia liberista, è regolata dal profitto; precisamente dall’iniziativa economica privata, l’unica ammissibile e legittima nelle dinamiche economiche.

Naturalmente questa tesi più che falsa, è fallace. L’inseguimento del profitto, di per sé, non crea giustizia sociale, non cura le storture dell’egoismo umano, non offre opportunità di riscatto nelle fasce più deboli e sottoccupate. Anzi, il profitto crea un ambiente ostile alla giustizia sociale; un ambiente dove vige la legge del più forte (ordalico). Tu sei forte e sei spietato, tu vinci. Tu ti mostri debole e titubante, tu perdi.

Nell’idea liberista, dunque, non esiste nemmeno la concorrenza perfetta, che è solo un modello teorico, utile per scriverci i libri, ma non per risolvere i problemi sociali dovuti alla complessità delle relazioni umane che, quasi in modo prevalente, sono dominate dall’arroganza di chi ha di più contro chi ha di meno.

Il mantra: “Poche cose ma fatte bene”

Proprio per questa ragione, il liberismo “odia” lo Stato; o meglio, lo Stato sociale. Ciò, poiché rigetta qualsiasi tipo di interferenza che lo Stato possa determinare nelle dinamiche economiche. Preferisce una struttura politica che si disinteressi dell’economia, limitandosi a fare poche cose (lo slogan è: “poche cose, ma fatte bene”), tra le quali non c’è sicuramente l’intervento statale che miri o pretenda di regolare i processi economici per ragioni diverse dal profitto.

Per il liberismo, lo Stato dovrebbe occuparsi di difesa e di controllo del territorio (“poche cosa, ma fatte bene”, e forse nemmeno quelle). Di più! Non dovrebbe nemmeno occuparsi dell’istruzione e della sanità, che dovrebbero essere lasciate all’iniziativa privata e all’Esercito della Salvezza. E ancor meno del lavoro, lasciato alle dinamiche della domanda e dell’offerta, e cioè alla dialettica imprenditore-lavoratore. Voi potete immaginare a favore di chi verrebbe risolta poi questa “dialettica”.

L’ordoliberismo e lo Stato “portinaio”

Fin qui il liberismo puro. Poi abbiamo la sua variante ordoliberista (ordoliberismo), secondo la quale – per semplificare – il mercato non è in grado di regolare l’accesso alle dinamiche della domanda e dell’offerta, e dunque il ruolo dello Stato è quello di regolatore di questo accesso. Lo Stato non deve mai intervenire nei processi economici, ma può solo regolare l’accesso a questi processi. Banalizzando: tu puoi entrare nel mercato e tu no; se però devi entrare, devi avere certi requisiti, altrimenti non entri. In sostanza, un bigliettaio e un buttafuori, o un portinaio, ma non certo un invitato, un inquilino e ancor meno il padrone. Il padrone – per essere precisi – è il capitale finanziario.

Se la regola è che il liberismo/ordoliberismo (che, semplificando, chiameremo semplicemente “neoliberismo” – anche se il termine è riferito essenzialmente all’ordoliberismo) odia lo Stato, questa regola vale a maggior ragione per quel tipo di Stato che svolge il ruolo di bigliettaio/buttafuori/portinaio. Sia mai che si metta in testa di fare il padrone o si auto-inviti alla festa per guastarla! Sicché è meglio che per questo tipo di Stato siano previsti alcuni meccanismi che sterilizzino i processi democratici. Questi possono essere diversi e possono persino integrarsi tra loro. Vediamoli di seguito.

I meccanismi di limitazione della democrazia

Il primo meccanismo contempla una sovrastruttura che non abbia compiutamente le sembianze dello Stato, e che, soprattutto, sia costruita in un modo tale che le decisioni assunte dalla medesima sovrastruttura – a cui lo Stato cede sovranità, soprattutto economica e monetaria – non siano influenzate dai processi democratici dello Stato medesimo, bensì siano facilmente eterodirette dal “padrone”, il capitalista finanziario, che muove i processi burocratici dello Stato e della sovrastruttura. Il secondo, invece, prevede uno Stato che affidi competenze essenziali – normalmente controllate degli organi democraticamente eletti – ad autorità indipendenti e politicamente deresponsabilizzate; in particolare, ciò vale per la politica monetaria, affidata a una Banca Centrale che non risponde al potere politico. Il terzo, infine, prevede che nella carta fondamentale si fissi il principio del pareggio di bilancio che contenga la spesa pubblica entro il limite delle entrate fiscali, ciò affinché lo Stato non utilizzi quella spesa per espandere la domanda e dunque perseguire obiettivi di massima occupazione che destabilizzino e deprezzino le rendite finanziarie.

Naturalmente questi tre meccanismi possono essere integrati fra di loro, e anzi, per essere maggiormente efficienti, devono essere effettivamente integrati fra loro.

Riassumendo. Se nel liberismo puro, lo Stato è marginale tout court, quasi etereo o diafano, per non impensierire troppo i detentori di capitale (non esistono nemmeno regole di entrata e di uscita dal mercato, o se esistono sono piuttosto blande), nell’ordoliberismo, lo Stato (con o senza una sovrastruttura che ne limiti la sovranità) assume il mero ruolo di “guardiano”. In questo senso prevale la regola aurea che afferma che “lo Stato non può in alcun modo ledere il mercato o alterarne la concorrenza”; regola che poi finisce con il rendere i processi democratici del tutto sterili qualora contrastino con essa. E proprio per evitare che ciò accada (il contrasto), lo Stato ordoliberista viene congegnato in un modo tale che il popolo pur eleggendo i fabbricatori di regole (i suoi rappresentanti) non possa determinarne compiutamente i suoi contenuti, decisi dal “padrone” attraverso quel fitto reticolo di meccanismi, competenze e indipendenze di cui si è parlato più su.

L’incompatibilità con la democrazia

Da ciò ne consegue che il (neo)liberismo, più che una teoria economica, è una vera e propria ideologia politica, perché non si limita a sostenere la libertà di iniziativa economica privata e il diritto a conseguire un profitto, a patto che questi rientrino nei confini della democrazia popolare (che ha altri obiettivi), ma pretende che queste finalità diventino la regola suprema che deve permeare l’intera vita sociale e collettiva, superiore persino all’interesse pubblico e ai processi democratici, non ammettendosi che la sovranità popolare possa limitarla o possa prevedere strumenti attraverso i quali si alterino le dinamiche economiche per fini egualitari.

È’ chiaro che una simile ideologia stride, come le unghie sulla lavagna, con quelle costituzioni che impegnano lo Stato a intervenire nelle dinamiche economiche per correggere certe storture del mercato e dell’iniziativa economica privata. E precisamente per perseguire due capisaldi del benessere sociale e collettivo: la piena occupazione e la tutela del piccolo risparmio. Una costituzione simile (es. la nostra), che obbliga lo Stato a intervenire positivamente nell’economia della nazione attraverso massicci interventi pubblici, finalizzati a conseguire la massima occupazione e dunque un benessere diffuso, è – secondo il neoliberismo – una Costituzione da neutralizzare.

La propaganda neoliberista

Nell’affermazione dell’ideologia (neo)liberista, chiaramente, gioca un ruolo fondamentale la propaganda. Si parte perciò dall’idea che uno Stato sia foriero di inefficienze dovute principalmente alla corruzione e agli sprechi. Ma perché questa propaganda funzioni efficacemente, è necessario che nell’opinione pubblica si cementi l’idea che la spesa pubblica (ciò che spende lo Stato) debba essere coperta interamente dalle tasse (principio del pareggio di bilancio), ciò per due ragioni: affinché si rafforzi la tesi dell’inefficienza dei servizi pubblici (meno spesa pubblica, meno servizi pubblici efficienti); affinché le imposte (volgarmente le “tasse”) siano considerate un vero e proprio furto a danno del reddito, in quanto alimentano appunto la spesa inefficiente su cui peraltro si formano corruttele e sprechi. Il mantra che viene così coltivato e capillarmente diffuso è il seguente: io pago le tasse e tu usi i soldi delle mie tasse per ottenere illeciti privilegi e sprecare, offrendomi peraltro un servizio scadente che il privato è capace di organizzare con maggiore efficienza

A questa fase, la prima, naturalmente segue la successiva. Come si possono combattere inefficienze, corruttele e sprechi? Ecco che arriva la soluzione: per combatterle, sono necessarie una serie di “riforme strutturali” (parola di grande attualità nel dibattito politico). In primo luogo, è necessario che molte attività statali diventino vere e proprie attività commerciali a partecipazione privata: il mercato e il profitto argineranno le inefficienze e gli sprechi, e quelle attività non graveranno più sulla fiscalità e dunque sul reddito dei cittadini. Poi, per arginare le corruttele e gli sprechi di denaro pubblico, è necessario creare – come si è potuto vedere – autorità indipendenti (soprattutto sul lato delle politiche monetarie), la cui attività è sottratta alla responsabilità politico-elettorale. Infine, per combattere sia l’inefficienza, sia la corruzione e sia gli sprechi, è opportuno privatizzare i servizi pubblici essenziali, come la sanità e l’istruzione: il privato, poiché mira al profitto (ma è proprio questo l’inganno), farà sempre meglio del pubblico (mantra neoliberista). E qualora non fosse possibile privatizzare immediatamente (resistenze di vario genere), è opportuno inserire nell’attività pubblica alcuni criteri di efficienza e di onerosità tipica del settore privato, che giocoforza implicano una progressiva diminuzione della qualità del servizio gratuito a fronte di un aumento della stessa qualità (ma non è una regola), qualora sia a pagamento.

Gli schiavi 2.0

È certamente una sintesi, che però dovrebbe ben rendere il taglio ideologico del neoliberismo, che si riassume nel principio secondo il quale il privato è sempre meglio del pubblico e che per ottenere un servizio e una prestazione, qualcuno deve poterci sempre guadagnare per ottenere un servizio adeguato. Questo comporta, inevitabilmente, un arretramento dello Stato, e dunque una sua progressiva neutralizzazione come portatore di interessi collettivi. Questo arretramento, sintetizzato efficacemente nel principio del pareggio di bilancio – lo Stato deve spendere meno di quanto incamera con i tributi o comunque deve pareggiare i conti – permette che il potere politico, formalmente assegnato ai rappresentanti del popolo, in realtà sia gestito agevolmente dal grande capitale finanziario, che muovendo le leve economiche e monetarie a proprio vantaggio, impone regole e leggi che mai possano danneggiarlo. E qualora, per una ragione o per l’altra, i rappresentanti del popolo tentino una ribellione, scattano i meccanismi economici e politici per riportarlo a più miti decisioni.

Il neoliberismo dunque è una vera e propria ideologia politica. Lo scopo ultimo è chiaro: creare e mantenere classi subalterne, economicamente disagiate, fornitrici di forza lavoro a basso costo e prive di effettive tutele sociali e lavorative che possano elevarle o rafforzarle. Lavoratori che oggi chiameremmo “Schiavi 2.0”, poiché sottosalariati e soggetti a multiforme di precariato, il cui sfruttamento garantisce un’ampia remunerazione del capitale finanziario, in un quadro giuridico nel quale lo Stato diventa impotente e sterile davanti ai suoi obiettivi elitari.

La regola aurea della democrazia popolare

Naturalmente non si intende qui affermare – per opposto – la “positività” delle società marxiste o leniniste, o comunque delle società collettiviste dove è abolita l’iniziativa economica privata, le quali – è bene dire – sono altrettanto ideologiche e perniciose quanto le società neoliberiste. A scanso di equivoci, si ritiene invece che l’iniziativa economica privata rappresenti una libertà dell’individuo, a patto che sia definita e limitata dalla sovranità popolare e dalle politiche di giustizia sociale. In tal senso, la regola aurea non deve essere “lo Stato non può in alcun modo ledere il mercato o alterarne la concorrenza”. La regola aurea invero deve essere questa: “il mercato non può in alcun modo ledere il benessere collettivo e la sovranità popolare”, e per sovranità popolare si intende la capacità dello Stato-nazione di incidere efficacemente – , attraverso l’intervento in economia e il controllo della moneta – nelle dinamiche economiche per garantire la massima occupazione e la tutela del risparmio, onde permettere che le classi subalterne si elevino, e lo sviluppo sociale diventi un caposaldo del benessere nazionale.

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