Perché il M5S deve dire NO al processo contro Salvini

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Leggevo stamane che diversi senatori del M5s, hanno detto che il movimento voterà a favore dell’autorizzazione a procedere, dimostrandosi ancora una volta che molti, nel M5S, hanno una percezione dei rapporti fra i poteri dello Stato costituzionalmente errata. L’idea stessa che si debba votare sì, perché non è giusto che un politico – in questo caso giudicato per i suoi atti politici (peraltro condivisi da tutto il Governo, di cui i grillini fanno parte) – si sottragga alla giustizia parte infatti da un approccio completamente errato dei rapporti fra i poteri dello Stato, che non trova alcuna giustificazione nella teoria costituzionale e politica degli ultimi due secoli.

Limitandoci alla nostra Carta, il vecchio art. 68 Cost. – quello prima della delirante riforma in epoca mani pulite – era un argine contro l’invasione di campo del potere giudiziario in ambito politico: sottoponeva sempre i procedimenti penali alla valutazione del Parlamento, quando trattavasi dei suoi membri. Qualcuno lesse in questo un privilegio ingiusto, non rendendosi conto che le guarentigie non sono privilegi, ma sono argini costituzionali che sostengono l’architettura democratica di un paese; eliminandole, si verifica quel fenomeno di tecnocratizzazione dello Stato e di subordinazione del potere politico al potere giudiziario, sicché solo l’ordine giudiziario viene percepito (erratamente) come l’unico in grado di definire un indirizzo politico morale, però al riparo dei processi democratici e dunque della volontà popolare. Proprio per questa ragione, i nostri costituenti elaborarono l’art. 68 vecchia formula, poi – come detto – impietosamente cancellato.

Qualcuno ora potrebbe dire: sì, però, l’art. 68 vecchia formula proteggeva i politici anche per reati di grave disvalore sociale come la corruzione. Vero, ma la domanda deve essere un’altra: davvero possiamo e potevamo permetterci di sacrificare la democrazia per due o tre corrotti che abusa(va)no delle guarentigie costituzionali? Io credo di no. Eppure lo abbiamo fatto e oggi paghiamo pegno. Da una parte abbiamo settori giudiziari che spesso travalicano i limiti del loro potere, influenzando pesantemente gli equilibri politici del paese; dall’altra abbiamo movimenti politici che ritengono che la soluzione dei mali italiani stia nella retribuzione penale sempre e comunque e nel potere taumaturgico delle sentenze penali, scordando che la pena è sempre l’ultima ratio e che certo non è la migliore soluzione quando si tratta di giudicare i comportamenti politici.

Dunque è insensato oggi affermare che siccome non è giusto che il politico si sottragga di default alla giustizia, qualsiasi decisione in senso inverso, risulta essere di per sé disdicevole e immorale. La valutazione se sia opportuno o no sottoporre un ministro al giudizio penale per un atto politico è una valutazione politica che mette in gioco beni giuridici fondamentali: come la libertà dei cittadini di predeterminare con il loro voto l’indirizzo politico del futuro Governo e – come si è detto – la tutela dei processi democratici da indebite invasioni di campo (qui). Valutazioni queste che hanno animato il dibattito giuridico e politico non oggi, ma quello di due secoli fa, e che fu risolto nel senso di una netta separazione dei poteri poi ripresa dalla nostra Costituzione, sulla quale pensavamo di non tornare mai più. I grillini ci riflettano.

Foto di Yale Law Library

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