Negare noi stessi e la nostra cultura non integra. Disintegra

Puntualmente, quando arrivano le feste natalizie (e non solo), esistono gli zelanti del politicamente corretto che se le inventano tutte per negare le nostre radici (soprattutto quelle cristiane) e la nostra cultura, e ciò per non offendere – secondo la loro personale visione del mondo – il “diverso”, chiunque esso sia. Eccoli dunque che ridefiniscono le nostre ricorrenze e le nostre tradizioni, la nostra cultura e il nostro modo di essere in ogni loro aspetto, alterandole per renderle compatibili con una visione politicamente corretta della quotidianità.

Il tutto in nome dell’integrazione. Ma – mi chiedo – che integrazione mai può esserci, quando io per accogliere te, nego chi sono e per giunta chi ero? Quando io, per accoglierti in casa mia, tolgo i quadri che amo dalle pareti, nascondo le foto della mia famiglia, ritiro i libri che stanno nella mia libreria, rinuncio a festeggiare il mio compleanno, rinuncio a commemorare i miei morti e mi adatto a dormire sul divano di casa? E’ chiaro che così facendo, tu, che sei mio ospite, pensi che (a ragione!) tutto ti sia dovuto, che la mia casa alla fine sia solo la tua casa, e dunque ti senti autorizzato a imporre le tue regole e trasformarla secondo il tuo gusto, che ormai prevale sul mio, al quale io ho rinunciato per accoglierti!

Questa chiaramente non è integrazione. Ma è disintegrazione. La mia disintegrazione. Annullo me stesso e quello che sono, per farti spazio. E tu, giustamente, quello spazio te lo prendi e te lo prendi tutto, finché io non mi riduco a stare in un angolo e decido magari, frustrato, di lasciarti la mia casa, perché in quella casa ormai io non mi riconosco più.

Ecco, il politicamente corretto è un acido che corrode in fretta, consuma la nostra identità con un’accelerazione incredibile, togliendoci le chiavi di casa nostra, ancor prima di renderci conto che ciò sta accadendo e senza che noi possiamo far nulla per respingerlo, senza essere additati come egoisti, xenofobi e razzisti. Una mattina ci svegliamo e ci ritroviamo in un paese che non è il nostro e che non ci appartiene più, che ci guarda con sospetto come fossimo degli alieni, che rende il nostro passato (e noi stessi) un qualcosa di cui vergognarsi e che altera le regole della nostra convivenza, imponendocene di nuove e lontane dal nostro modo di sentire e percepire le relazioni umane e la cultura.

Tutto viene rimesso in gioco. E non è un bel gioco, perché è un gioco al massacro. E le vittime siamo noi e quello che rappresentiamo. Diventiamo così i reietti che devono essere messi ai margini, perché la società si evolve (?), e noi siamo un anacronismo, dei pezzi da museo di un’epoca monocolore di cui vergognarsi e il cui pensiero deve essere represso in ogni modo, perché foriero di odio e capace di seminare il dubbio sulla validità dei dogmi imposti dal ministero della verità, che plasma però il nostro mondo in base a interessi e obiettivi che in realtà poco hanno a che vedere con il benessere di tutti, quanto a quello dei pochi che tengono le redini del potere e che considerano reazionario il fatto che un popolo abbia una casa propria, nella quale condividere valori, cultura e radici comuni.

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