Matteo Salvini molla la spugna sovranista?

Non si può ancora dire che il sovranismo leghista sia morto e che Matteo Salvini abbia mollato, ma ci siamo quasi. Come dicono alcuni sovranisti critici (e non parlo degli zerovirgolisti), siamo partiti dal presupposto che l’Europa dovesse rassegnarsi all’idea che la “manovra del popolo” sarebbe stata fatta nell’interesse degli italiani, e ciò a prescindere da quello che avrebbero detto gli eurocrati, e siamo arrivati a farcela dettare da Junker e Moscovici, pur di non affrontare una procedura di infrazione ridicola che sarebbe durata anni. Abbiamo contrattato come in un suk persino i decimali.

Se questa non è una disfatta poco ci manca. Ed è inutile che qualcuno cerchi di indorare la pillola, affermando che no, tanto a consuntivo faremo un deficit maggiore, perché in fin dei conti è sempre stato così. No, carissimi. Non è questo il punto. E se anche fosse vero, è bene ricordare ai sovranisti che si consolano con questo “trucco”, che se proprio si deve essere puntigliosi, le regole europee non si violano, ma si disconoscono, e per disconoscerle, bisogna fare quello che va fatto nell’interesse del popolo: si esce dai trattati, si esce dall’euro e persino dall’Europa. Altrimenti, non solo si rischia di passare per imbroglioni (cosa affatto vera), ma addirittura si dà l’idea di un paese inaffidabile e incapace di rispettare i patti che ha sottoscritto, seppure incautamente.

La verità è che forse la Lega non è poi così interessata a uscire dall’euro e dall’Europa. Dopo aver catturato il consenso dei sovranisti, illudendoli che in Europa la musica sarebbe cambiata (e non parlo solo di Italexit, che potrebbe anche non essere immediatamente attuabile), ecco che fa una mezza inversione a U. E lo fa con la scusa che no, forse il 2.4% di deficit era troppo largo e che per fare certe riforme sarebbe bastato il 2%. E lo fa, perché forse quel nord, così legato economicamente al nord Europa, quel nord al quale del sud gliene frega poco o nulla, non ne vuole sentir parlare di uscire dalla moneta unica, né vuole politiche sociali sul solco della solidarietà costituzionale.

C’è poco da dire. Matteo Salvini, volente o nolente, sta facendo riemergere la vecchia Lega, quella che è considerata l’antitesi del sovranismo e del patriottismo costituzionale. Quella che vede solo il nord e che propone ricette neoliberiste, che il mercato regola tutto e che si riequilibra da solo. Insomma, quello che il privato è meglio del pubblico e tutta la narrativa al seguito, condannata, reietta e sconfessata da Polany come fallace al pari del marxismo.

Non so perché lo stia facendo e se questa involuzione sia in realtà il sintomo di una debolezza politica del segretario tutta interna alla Lega. Ma è vero che, almeno per quanto mi riguarda, la retorica salviniana in chiave sovranista sta rischiando un forte smacco; e in questa prospettiva potrebbe non bastare più la forza retorica e l’integrità ideale del duo Borghi-Bagnai per nascondere l’evidenza di un partito che guarda nostalgicamente al passato.

Al netto di (improbabili) rinsavimenti dell’ultimo minuto, la verità è che l’esperimento del Governo gialloverde si sta per schiantare contro il muro ordoliberista europeo. E non parlo come il sovranista affetto da “tuttosubitismo”, ma come un sovranista assolutamente realista, ben consapevole dei limiti politici di un’alleanza nella quale l’eurismo e il deep state istituzionale cercano di dettare la linea e mettono i bastoni fra le ruote. Perciò, se è pur vero che in queste condizioni non è possibile fare tutto e subito, è anche vero che dal “tutto e subito” al “niente” ci sarebbe stato un oceano di cose da fare e, soprattutto, da non fare (fra queste ultime: la fattura elettronica). Sarebbe stato meglio dunque imbastire e avviare i progetti di legge su alcune riforme chiave per recuperare la sovranità nazionale (moneta fiscale, riforma dell’art. 81 cost. ecc.), e invece si è preferito non solo trattare con l’Eurocrazia sui decimali di una manovra già di per sé recessiva, ma addirittura si sono assecondate certe proposte inique che mirano a erodere altra sovranità nazionale in favore delle istituzioni europee, quale la trasformazione dell’ESM in un fondo monetario europeo (preludio della Troika permanente), l’istituzione dell’eurobudget, la previsione dei CACS, stretta sui social network prima delle elezioni per impedire le cosiddette fake news.

Un messaggio politico fatale per il morale sovranista, pienamente consapevole che questi ulteriori interventi normativi, fatti a ridosso delle elezioni europee, hanno il vago sapore dell’ennesimo tentativo di arginare e reprimere l’ondata sovranista in chiave europeista, rafforzando i legacci finanziari ed economici degli Stati membri.

Come andrà a finire? Non ne ho idea. Vero è che d’ora in avanti i gialloverdi, e in particolare la Lega, troveranno maggiore e più determinata opposizione nell’euroburocrazia, che ormai ha compreso la debolezza e il bluff antieurista di un’alleanza politica di per sé innaturale. E le elezioni europee non potranno che certificare il fallimento prematuro di questo esperimento politico. Dunque, la prospettiva non è assolutamente rosea per le istanze sovraniste, che difficilmente in un futuro prossimo troveranno un contesto geopolitico altrettanto ideale come quello attuale per riprendersi sostanziali margini di sovranità nazionale a danno della sovrastruttura eurocratica.