Massificazione della società, nichilismo e il business dei “diritti civili”

massificazione-diritti-civili-nichilismoDa diversi anni si sente parlare sempre più spesso dell’utero in affitto, altrimenti noto con il nome politicamente corretto di “maternità surrogata” (o “gestazione per altri”), soprattutto per gli interventi giurisprudenziali in materia e per le evidenti implicazioni etiche che questa procedura comporta. La mia odierna riflessione, tuttavia, non riguarda direttamente questa aberrante procedura, quanto le cause prime che l’hanno generata. E con ciò, intendo riferirmi alla tendenza ormai inarrestabile, che si fa strada nella nostra decadente società consumistica, di considerare un figlio non più come l’incontestabile frutto di una sintesi naturale uomo/donna, rispondente all’esigenza (anche qui naturale) della conservazione della specie, e attraverso la quale si forma la famiglia, mattone fondamentale della società e garanzia della identità delle generazioni e di stabilità sociale, quanto come la realizzazione di un mero desiderio individuale che prescinde da questi elementi. Il figlio diventa così un bene, un business, e la famiglia, conseguentemente, un nucleo destrutturato e relativizzato nella società, che viene così scardinata, poiché viene a mancare la sua malta fondamentale.

Questo processo disgregante risponde, del resto, all’obiettivo ultimo delle élite: massificare la società; distruggere la famiglia e isolare gli individui, i quali, incoraggiati a farlo, si rinchiudono nei loro personali universi, impregnati di sterili diritti civili, che riflettono – non a caso – una buona parte del moderno core business dei potentati economici globalisti. Del resto, prendendo a esempio il cosiddetto “diritto” ad avere un figlio, ecco che a tale diritto corrisponde puntualmente il remunerativo business della fecondazione artificiale e dell’utero in affitto; e se poi questo diritto si concretizza nel desiderio di non avere un figlio, il business diventa l’aborto e la contraccezione post-fecondazione. Infine, se il diritto si realizza nel desiderio di morire: ecco l’offerta della dolce morte in cliniche private confortevoli.

Il processo di massificazione degli individui ha dunque una sua lucida ragione nella sistematica erosione e delegittimazione del polo naturale famigliare, che normalmente protegge l’individuo dagli eccessi e dalle derive etiche, dagli abusi e dalle prevaricazioni, permettendo così lo sdoganamento di un genere di mercato, ieri tabù, considerato oggi altamente remunerativo. Un individuo privo di quei forti legami famigliari, privo dei relativi valori morali ed etici ereditati e mutuati da quei legami, concepisce solo se stesso, i suoi desideri, i suoi egoismi e il modo che ha per realizzarli. Il che risponde esattamente alla logica del processo massificante, che passa attraverso la realizzazione dell’uomo solitario, il quale diviene così il cuore pulsante del business etico. Del resto, con una concezione assoluta e non relativa della vita e della famiglia, questo business non potrebbe in alcun modo essere realizzato.

La destrutturazione, naturalmente, si realizza anche e soprattutto attraverso la relativizzazione dell’identità sessuale dell’individuo. Sembra quasi un pezzo di fantascienza sociologica, ma il processo di massificazione richiede che venga messo in dubbio anche l’indivisibile nesso tra sesso biologico e identità sessuale. E ciò per due ragioni: in primis, perché la relativizzazione dell’identità sessuale contribuisce non poco all’isolamento dell’individuo e al processo di nichilizzazione della società. E poi perché questa relativizzazione è essa stessa una potenziale fonte di business.

Dunque, quando qualcuno argomenta con la retorica dei diritti civili e dell’identità sessuale legata agli stereotipi sociali, è fondamentale che ci si domandi del perché oggi questi sedicenti diritti riflettano un business che muove miliardi di euro (o di dollari) in tutto il mondo. Non credo affatto all’ideale puro e nobile dei diritti civili quali realizzazione concreta del principio di uguaglianza, e questo per due ragioni: prima di tutto perché il principio di uguaglianza è brandito come una clava, tacendone i presupposti teorici basilari; e in secondo luogo perché fino a quando la scienza e la tecnica non erano abbastanza progredite da permettere di giocare a fare Dio, questi diritti non venivano neanche immaginati, figuriamoci “riconosciuti”.

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