L’ossessione sinistra per lo ius soli e la complicità della Chiesa bergogliana per approvarlo

ius-soliAlfano e il suo partito, incredibilmente, dicono NO allo ius soli, che ancora tiene banco nella discussione politica, quasi fosse una priorità per il nostro paese. Eppure, nonostante questo “veto”, il Partito Democratico insiste, cercando una sponda nella Chiesa Cattolica bergogliana, che spinge affinché i “cattolici” di AP alla fine cedano e dicano sì a una legge talmente iniqua, che è davvero faticoso accettare anche solo l’idea che possa essere approvata.

Nei miei precedenti articoli sull’argomento ho spiegato perché è una legge assurda e pericolosa per il nostro paese. Qui in realtà voglio solo rilevare questa “ossessione” per un provvedimento basato su una falsità ideologica e giuridica intollerabili. Quanto alla prima, questa è in sintesi l’idea che la cittadinanza abbia capacità taumaturgiche sul piano dell’integrazione, e cioè che riconoscendo la cittadinanza automatica a chi nasce in Italia o a chi ha compiuto un ciclo scolastico, magicamente costui si senta parte della Patria italiana e ne abbracci i valori gli usi e i costumi.

Non esiste idea più ideologica e infondata di questa. L’attribuzione automatica della cittadinanza non integra un bel nulla. E questo bisognerebbe dirlo a chiare lettere. Soprattutto bisognerebbe dirlo ai prelati bergogliani che un giorno sì e l’altro pure sostengono e veicolano questa idea del tutto destituita di fondamento, ingerendosi peraltro nella vita politica italiana e mettendo in difficoltà i cattolici più sensibili, che sentendo le loro parole, davvero hanno il dubbio che questa legge possa essere utile, quando in realtà sortirebbe proprio l’effetto contrario a quello dichiarato. La concessione automatica della cittadinanza – soprattutto data dopo appena cinque anni di elementari, e senza il rispetto di ulteriori requisiti (il cosiddetto ius culturae) – non può oggettivamente integrare, bensì rischia di disintegrare la coesione sociale, innestando nel tessuto culturale italiano valori, idee e culture estranee e molto spesso incompatibili con il bagaglio valoriale del nostro paese. Ecco perché la cittadinanza – ripeto – non è l’inizio del processo di integrazione, ma è il suo culmine: te la concedo perché hai dimostrato di essere italiano, e non invece sei italiano perché te la concedo.

Quando alla falsità giuridica, questa si concretizza nel messaggio (assolutamente infondato) secondo il quale la cittadinanza è un diritto. Ma la cittadinanza non è un diritto; non esiste in realtà un diritto a essere cittadini. La cittadinanza è uno status giuridico che viene riconosciuto quando sussistono determinati requisiti previsti dalla legge (normalmente l’essere nati da altri cittadini). Sicché rivendicarlo come un diritto è errato ed è pericoloso. La cittadinanza è infatti uno status delicato perché è essa stessa foriera di diritti, e in particolare dei diritti politici, e cioè della possibilità di influire come singolo o come gruppo, nella vita politica del paese. Ecco perché non può essere concessa alla leggera. Ed ecco perché chi la ottiene deve necessariamente dare prova concreta di essere perfettamente integrato nel tessuto sociale, economico, giuridico e valoriare della comunità. Non è un caso che la cittadinanza sia uno dei pochi istituti connessi intimamente all’identità nazionale di un popolo.

Spero dunque che gli alfaniani non si facciano intortare. Per quanto io sia poco fiducioso sulla loro fermezza (non posso infatti non ricordare il loro cambiare idea durante l’approvazione delle unioni civili), è necessario rendersi consapevoli che gli italiani, oggi, non intendono accettare provvedimenti dannosi per la loro identità e per l’integrità nazionale. Soprattutto in un’epoca storica come quella attuale, nella quale la crisi economica e l’immigrazione massiva e incontrollata opprimono il nostro paese, creando tensioni sociali ed economiche formidabili. E’ necessario dunque essere cauti con l’approvazione di provvedimenti simili, che rischiano di incidere definitivamente e profondamente sugli equilibri sociali, politici e culturali nazionali. In particolare, è necessario astenersi dall’approvarli alla fine di una legislatura ormai completamente delegittimata politicamente e senza un largo e diffuso consenso sociale e politico. 

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