L’inverno demografico italiano. Cosa c’è davvero dietro il crollo delle nascite?

denatalita-italia-inverno-demograficoLa denatalità non è un fenomeno del tutto casuale. Non è data semplicemente da una serie di coincidenze non volute. E’ il frutto, quanto meno in parte, di un progetto politico che affonda le proprie radici nel dopo guerra, quando ancora gli italiani erano riuniti in famiglie numerose e il boom economico che ci sarebbe stato di lì a qualche anno, prometteva di proiettare l’Italia fra le maggiori potenze economiche del mondo. Il futuro si prospettava radioso; speranza che si sarebbe poi rivelata del tutto effimera, almeno a partire dalla fine degli anni ’70 e per precise ragioni legate proprio a un’inversione di rotta politica su natalità, matrimonio e famiglia.

L’inverno demografico che l’ISTAT ogni anno tristemente annuncia, ha dunque origine nelle politiche di destabilizzazione della famiglia, iniziate con una serie di leggi contro la famiglia e il matrimonio (divorzio e aborto in particolare). Leggi che, invero, ancora oggi rispondono a una visione dell’economia verticalizzata, poco disponibile a conciliare vita famigliare e produttività, nonostante negli anni siano state varate norme per la tutela della mamma lavoratice, che – detto francamente – nel settore privato sono rimaste quasi lettera morta. Senza contare che in molti casi si sono rivelate persino inadeguate.

Quel che è certo, è che questa demolizione della famiglia, nelle intenzioni delle élite che hanno progettato l’Unione Europea, ponendo peraltro le basi per il nuovo ordine mondiale nato dopo l’ultimo conflitto, risponde a un’esigenza di creare società massificate, dove i legami famigliari vengono rarefatti e depotenziati. In questo contesto, la deflazione demografica spinta sul duplice fronte dell’assenza di politiche per la natalità e di destrutturazione della famiglia, è stata definita come l’utile strumento di sterilizzazione e dissoluzione degli Stati-nazione.

Dissoluzione che però ha richiesto qualcosa di più: l’immigrazione di massa. Se infatti, l’introduzione di norme e leggi che minano la famiglia e il matrimonio sono state decisamente utili (e continuano a esserlo) per educare gli occidentali alla denatalità e a una visione egoistica e consumistica della propria vita (al mondo esisto solo io e i miei bisogni), dall’altra, l’incremento esponenziale dell’immigrazione di massa, slegata da un contesto culturale e sociale omogeneo, è destinata a rafforzare l’azione di dissoluzione della coesione sociale e identitaria del popolo-vittima. 

Non è un caso, del resto, che un popolo composto da arcipelaghi etnici, senza coesione, senza radici comuni, senza costumi e fede condivise, con una bassa (o nulla) natalità autoctona, non è un popolo, ma è una massa; e come tale, è facilmente governabile dalle élite, poiché privo di coscienza politica e incapace di realizzare le proprie aspirazioni di autoconservazione. L’apparato burocratico chiamato Stato (depotenziato e desovranizzato) diventa, in questo caso, l’unico elemento unificante, seppure posticcio e pericoloso, poiché definito, determinato, formato, plasmato e controllato dalle élite. 

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