L’inganno della scarsità monetaria (for dummies)

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La logica che muove le élite neoliberiste è questa: se noi facciamo finta che la moneta è scarsa, possiamo limitare l’elevazione sociale degli strati più poveri della popolazione, possiamo negare la sanità gratuita e dunque il benessere psico-fisico universale, possiamo negare l’istruzione gratuita, e dunque la conoscenza e la consapevolezza di quello che ci circonda. Se noi, in altre parole, rendiamo scarsa la moneta, possiamo dominare il mondo, sottomettendo le masse, a cui si offrono le briciole in un contesto di feroce concorrenza tra poveri, mentre noi acquisiamo privilegi e ricchezze reali (patrimoni, concessioni, preziosi).

La scarsità della moneta viene realizzata in un modo abbastanza semplice: si nega che uno Stato possa battere moneta; si attribuisce quel potere a una banca centrale sulla quale lo Stato non ha alcuna influenza e alcuna capacità di incidere. Di questa banca centrale sono azioniste le banche private (di proprietà delle élite neoliberiste), e agisce – per statuto – in totale autonomia e indipendenza; sicché al riparo dal processo elettorale. Dunque, le politiche della banca centrale, inevitabilmente, non vengono fatte nell’interesse della nazione, ma nell’interesse dei grandi investitori, e cioè di quelle stesse élite neoliberiste di cui sopra, poiché l’obiettivo primario si risolve inevitabilmente nella stabilità del sistema finanziario-bancario e dunque nella stabilità delle rendite finanziarie in favore degli “investitori-élite”.

Non avendo moneta sovrana, lo Stato deve finanziarsi come un privato, e poiché la moneta è resa artificialmente scarsa (altrimenti cresce l’inflazione che erode le rendite finanziarie e destabilizza il sistema finanziario), esso Stato deve procacciarsela in concorrenza con gli altri privati, offrendo idonee garanzie agli investitori-élite per ottenerne la fiducia e dunque il finanziamento. E qui torniamo alla logica ut supra: perché uno Stato ottenga la predetta “fiducia”, e dunque il finanziamento agognato, esso Stato deve fare le “riforme” che Essi richiedono; riforme che solitamente coincidono con la demolizione del welfare, con la sterilizzazione dei processi democratici, con le privatizzazioni dei servizi pubblici e con l’abbattimento del risparmio privato e la proprietà individuale. In tale ultimo caso, non certo per socializzare la proprietà, bensì per favorirne il concentramento in mano ai pochi: gli stessi investitori-élite, appunto.

Per riassumere: gli investitori-élite lavorano (a livello politico) per togliere agli Stati la sovranità monetaria, che viene invero attribuita a una banca centrale autonoma e indipendente, la quale – per tenere stabili le rendite finanziarie (frutto degli investimenti degli investitori-élite) – rende scarsa la moneta. La scarsità di moneta, unitamente alla desovranizzazione monetaria, obbliga gli Stati a procacciarsi il denaro sul mercato, dominato dagli stessi investitori-élite, i quali per concedere il finanziamento, esigono che lo Stato in questione demolisca il welfare, sterilizzi i processi democratici, privatizzi e tassi i risparmi e la piccola proprietà, affinché il popolo si indebiti (con gli investitori-élite) e perché si ingeneri una svendita dei piccoli patrimoni, sui quali gli investitori-élite poi operano un rastrellamento che determina una sempre più massiccia concentrazione di patrimoni in mano ai pochi (gli investitori-élite) contro la massa sempre più povera, indebitata e diseredata.

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