Le ragioni inconfessabili che propagandano la cultura della morte come diritto

eutanasia, biotestamento, senatoLa vita dovrebbe essere tutelata dal concepimento e fino alla morte naturale. Questo è un principio di diritto universale, che però da decenni è messo in discussione in nome della libertà di morire. Ma la verità è che ci sono ragioni piuttosto pratiche che contrabbandano il diritto di morire come un diritto umano che deve trovare riconoscimento nell’ordinamento giuridico. Le si camuffa da pietismo, da umanismo, da carità e via con il classico florilegio dei sentimentalismi dozzinali (in nome dei quali vengono messi in discussione i capisaldi dell’etica umana e del diritto naturale), ma la realtà è più terra terra, e certe argomentazioni vengono esposte solo per creare l’illusione che le scelte drammatiche sulla vita e la morte siano state il frutto maturo e consapevole del nostro libero arbitrio e della nostra personale sensibilità.

Così naturalmente non è. Le ragioni che sorreggono il diritto a morire, sono tutt’altro che altruistiche e umanitarie. Invero sono legate a motivi inconfessabili non codificati, veicolati attraverso un lavorio sottotraccia: l’individuo deve essere utile alla società, deve produrre e consumare, deve essere in forze e non deve essere in alcun modo un peso e un onere che la collettività debba sopportare. In una visione egoistica  e individualista, non c’è infatti spazio per le vite avvizzite, interrotte e per quelle incapaci di dare un qualunque contributo alla società massificata. Non c’è spazio per la sofferenza né per la speranza. Esiste solo l’efficienza. E quando questa viene meno, la vita non vale più un soldo bucato e anzi, diventa un onere economico e sociale da eliminare.

Le motivazioni traggono la loro linfa vitale da una visione strumentale della vita, che viene diffusa subliminalmente e che mai – ripeto – vedrà una qualsiasi ammissione in questo senso. Ma gli indizi ci sono tutti. L’aborto, come diritto, propaganda la libertà della donna di decidere se sopprimere o meno il bimbo che ha in grembo, soprattutto per ragioni di lavoro e carriera. Del resto, con il raggiungimento della parità dei sessi, soprattutto in ambito lavorativo, la gravidanza iniziava a diventare un ingombro, ed era necessario che alle donne venisse dato uno strumento legale per eliminarlo facilmente. Demolito dunque il primo valore etico – la tutela della vita dal suo concepimento – si è passati al fine vita, ma non prima di demolire e mettere in discussione i capisaldi della società, come la famiglia e il matrimonio (ma questo è un altro discorso). Così ecco che la politica, legata a doppio filo alla visione utilitaristica dell’uomo, ora dà battaglia per riconoscere all’uomo stesso la (illusoria) libertà di scegliere quando e perché morire.

La chiamano battaglia di civiltà, ma davvero… non c’è niente di più incivile che propalare l’idea che la vita sia un bene utilitaristico, e non già un bene inalienabile e indisponibile, la cui integrità deve essere tutelata fino al suo termine naturale, indipendentemente dalla sua utilità sociale. I cultori della morte libera, per convincere della correttezza etica della loro proposta, pongono l’accento sulle sofferenze, ma è chiaro che è un ragionamento che non regge. Se è indiscutibile, infatti, non perpetrare su una vita sofferente e inerme l’accanimento terapeutico inutile, è altrettanto indiscutibile che finché i metodi terapeutici sono in grado di attenuare la sofferenza, è dovere della società applicarli, vietando scelte arbitrariamente mortifere. E in ogni caso, tra i trattamenti terapeutici inutili non possono certo esserci l’idratazione e l’alimentazione.

Permettere invece la scelta se morire o proseguire l’esistenza, indipendentemente dalla validità e dalla efficacia della terapia, diventa di per sé una scelta pericolosa, perché si rischia di finirla come per le relazioni omosessuali, per le quali si è passati nel tempo da un limitato riconoscimento dei diritti reciproci alla creazione di una vera e propria normativa che legittima le unioni tra persone dello stesso sesso. Sicché, è chiaro che una volta che vengono spostati i limiti, ci sarà sempre qualcuno che in nome di un supposto diritto civile, vorrà spostarli sempre più in là, fino a eliminarli del tutto. E’ facile intuire che in quest’ultimo caso, l’eutanasia diventerebbe uno strumento di suicidio assistito legalizzato, a cui le persone inutili e improduttive, o che costituiscono un peso e un onere per la società, sono invitate più o meno esplicitamente a ricorrere.

Il biotestamento, in esame al Senato in questi giorni, si incardina, purtroppo, in modo pressoché preciso proprio su questi binari: spostare i paletti, affinché, in un prossimo futuro, ci sia qualcuno che pretenda che quei paletti poi vengano spostati ancora più in là sul presupposto che l’uomo abbia il diritto di scegliere i tempi e modi della propria morte, e non già perché esiste un progetto subdolo e inconfessabile che intende eliminare dalla variabile sociale ed economica le persone inutili, onerose e improduttive, soprattutto i malati terminali e gli anziani. Perché alla fine, gira e rigira, queste sono le ragioni reali che sorreggono la ratio di leggi come l’eutanasia, l’aborto e il biotestamento. Il pietismo, la carità, l’umanitarismo, la libertà sono il parafulmini retorici, utili a trascinare le critiche e gli oppositori su un terreno in cui la critica e l’opposizione a questo genere di leggi diventano difficili se non addirittura impossibili.

  Commenta
E' stato un post interessante?50
Ultimi PostPost CorrelatiI più letti