La vergogna. Una vita sulla graticola processuale. Il DDL penale diventa legge

Ieri la Camera ha approvato il DDL di riforma del processo penale. Un incubo lungo novanticinque commi, che davvero rappresenta, già nello stile, la decadenza della cultura giuridica italiana. Ma è questo il risultato di una politica priva dei minimi requisiti di coscienza giuridica richiesti per affrontare una riforma di così ampia portata; una politica in cui la mancanza di stile, il gretto giustizialismo e il disprezzo dei diritti fondamentali del cittadino sono la regola. Una vergogna immensa, questo DDL di riforma del processo penale, che ormai diventerà legge, anche perché il Quirinale non lo rimanderà alle Camere per un secondo passaggio. Purtroppo.

Stare sulla graticola processuale una vita. Il sogno dei manettari medievali di cui l’Italia oggi è piena. Quelli che accusano di inquisizione e di omofobia chi si oppone alle nozze gay, i quali però sono ben felici, dalle profondità oscure della loro anima inquisitrice, di far rosolare a fuoco lento il cittadino che incappa nelle grinfie giudiziarie.

Una balzana idea di giustizia – quella imposta (letteralmente) tramite l’ormai cronico uso del voto di fiducia da parte di un Governo che non ha più alcuna legittimazione politica – che si realizza nello sbattere il cittadino davanti al banco degli imputati, se ben gli va, per un decennio, altrimenti, per un trentennio o di più. E badate, non stiamo parlando di pene, ma di processo. Se le pene infatti possono risultare severe in relazione alla gravità del reato compiuto, risulta sempre intollerabile che un processo per accertare tale reato possa – in teoria – durare quasi l’intero arco di una vita.

Ma faccio un esempio concreto per dare un’idea di quel che ci aspetta. Fino a ieri, per una minaccia (“me la paghi”), affinché il reato si prescrivesse erano necessari naturalmente sei anni, e processualmente sette anni mezzo (prescrizione massima). Con la nuova prescrizione, per il medesimo reato, potranno invece volerci anche quindici anni, visto che è prevista la sospensione della prescrizione tra i tre gradi di giudizio. Chi dunque, anche solo per scherzo o perché infuriato in quel momento, dirà una parola sbagliata, rischierà di rimanere nel girarrosto processuale per quindici anni. E questo è solo l’esempio più banale, perché per alcuni reati, i termini di prescrizione sono stati aumentati.

Qualcuno diceva che già il processo è una pena in sé. Ebbene, sicuramente questa riforma canonizza il detto, stracciando, tra l’altro, un paio di articoli della nostra carta fondamentale e forse persino qualche convenzione internazionale. Il processo, con questa riforma, diventa effettivamente una pena in sé; una pena che però non verrà computata nella pena finale inflitta in caso di condanna, e che non potrà dare adito ad alcun risarcimento morale per gli anni passati sotto processo o sotto procedimento, qualora si ottenga un’assoluzione. Chi mai potrà restituire gli anni di dolore, di tensione, di disfatta e di distruzione del proprio futuro, che un processo lungo anni potrà causare? Nessuno.

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