La storica evoluzione della Lega: dal secessionismo al sovranismo

salvini-lega-sovranismoI duri e puri del sovranismo, quelli che guardano tutti gli altri dall’alto del loro zero-virgola, non riescono a mandare giù l’idea che esista un partito che raccoglie consensi in una forbice tra il 12% e il 15%, ed esista un leader – Matteo Salvini – che sia stato capace, fra i grandi leader di partito, di leggere in anticipo l’esigenza di un pronto ritorno alla sovranità nazionale, mutando in questa direzione la ragione sociale della propria formazione politica, in un modo così radicale che oggi la Lega di Salvini ha davvero poco in comune con quella che fu di Umberto Bossi.

Così eccoli che cercano di sconfessare la metafomorfosi di questo partito, sul presupposto che l’art. 1 dello Statuto della Lega Nord faccia ancora riferimento all’indipendenza della Padania, e dunque sia incompatibile con qualsiasi istanza sovranista, sicché la sua evoluzione, da partito con vocazioni secessioniste o strettamente federaliste a partito nazionale, che difende la Costituzione italiana, non sarebbe sincera.

Ma la verità è un po’ più complessa, ovviamente. Cambiare il patrimonio genetico di un partito non è roba che si può fare nel giro di una notte. Né tanto meno cambiarne il suo elettorato storico di riferimento, che seppure in futuro è destinato comunque ad ampliarsi (come già sta avvenendo), vede semmai mutare il contesto socio-economico in cui è politicamente definito; un contesto – ricordo – che accomuna nella cattiva sorte il nord e il sud Italia, tanto che oggi difendere le istanze “nordiste” nei confronti del sud appare se non illogico (ma per me lo era già prima), quanto meno anacronistico e dannoso nei confronti dello stesso nord. E ciò perché il nemico non è il sud (in realtà non lo è mai stato), ma è proprio il nord che sta a nord: l’Europa oligarchica a trazione tedesca.

Matteo Salvini ha avuto il pregio di capirlo in tempi non sospetti, e cioè nel lontano 2013, quando la Lega bossiana-maroniana iniziava la sua naturale parabola discendente; una parabola – è bene rammentare – che avrebbe portato il partito a riscuotere appena il 4% dei consensi alle politiche del 2013, certificando – una volta per tutte – che le istanze “nordiste”, dopo la “cura” montiana e la realizzazione che tutto ciò che veniva fatto in Italia era eterodiretto da Bruxelles e perseguiva interessi contrari a quelli italiani, non erano più politicamente attuali né economicamente auspicabili. Ciò diede indubbiamente lancio al progetto salviniano che avrebbe portato poi, negli anni successivi, a una evoluzione della Lega da partito ultraliberista e regionalista con vocazione europeista, a partito conservatore e sovranista, con una visione keynesiana o comunque “costituzionale” dell’economia.

Liquidare oggi questa evoluzione straordinaria e storica come il frutto di un abile operazione di marketing elettorale, finalizzata a procacciarsi i voti sovranisti (sic!), è non solo politicamente destituita di fondamento, ma è persino ridicola e denota una visione della politica italiana e leghista in particolare del tutto ideologica e avulsa dalla realtà. La stessa presenza di economisti euroscettici di peso come Borghi e Bagnai (seppure quest’ultimo arruolato come “indipendente” nelle liste elettorali leghiste), suggerisce l’autenticità e l’onestà del carattere sovranista della Lega e la concretezza della sua battaglia, alla quale la Lega stessa non ha mai rinunciato, neanche dopo la necessaria alleanza elettorale con Forza Italia. Aggrapparsi o riferirsi, per contraddire questa concretezza, alla vecchia identità della Lega e a uno Statuto che ormai, almeno nel presente, non rispecchia più (in toto o in parte) l’identità attuale del partito, è solo la ragione pretestuosa e collerica di chi non ha altri argomenti per confutare la storica e auspicata evoluzione.