Il processo di privatizzazione della sanità

In tanti si lamentano che la sanità pubblica sia un coacervo burocratico e che per ottenere una visita o un esame (magari salvavita), tramite il servizio sanitario nazionale, sia necessario attendere mesi, con il rischio che la diagnosi sia tardiva e dunque fatale. Ecco perché molti italiani alla fine rinunciano alla sanità gratuita o comunque a quella con un ticket di qualche decina di euro, e si rivolgono alla sanità privata. Attenzione non intendo quella convenzionata (che può presentare liste d’attesa comunque parecchio lunghe), ma quella privata privata: dove paghi fior di quattrini per un esame o una visita specialistica (spesso intramoenia, e cioè eseguita nelle stesse strutture pubbliche).

Ebbene, tali lamentele e i relativi disagi sono chiaramente indotti. Infatti chi ingenuamente si lamenta della sanità pubblica inefficiente in realtà viene “costretto” a vedere la sanità privata come efficiente e l’unica in grado di risolvere i propri problemi di salute in modo celere e definitivo. Non accorgendosi che se la sanità pubblica risulta essere inefficiente, lo è perché è così che l’hanno voluta rendere: proprio per favorire la sanità privata e “abituare” i cittadini all’idea che le prestazioni sanitarie si pagano e si pagano a caro prezzo.

Guardate che non è complottismo. E’ la logica conseguenza di un processo di mercantilizzazione della sanità e di arretramento (o se vogliamo di restringimento) del principio di intervento dello Stato ai sensi dell’art. 32 Cost. E’ un meccanismo attraverso il quale si vuole semplicemente indurre i cittadini italiani a rassegnarsi all’idea che la sanità pubblica sia un “privilegio” che non possono permettersi e che sia necessaria pagarla. E non quei venti, trenta euro di ticket (comunque troppi per chi guadagna poche centinaia di euro), ma centinaia o migliaia di euro a botta, come accade in USA, dove, per tale ragione, esistono le assicurazioni sanitarie, il cui premio non scende mai al di sotto dei diecimila dollari l’anno.

Ma non disperate: arriveranno anche le assicurazioni sanitarie “americane” nel nostro paese, a fronte di una forte limitazione del servizio sanitario pubblico (e scadente), che verrà giocoforza riservato agli indigenti e a chi ha un reddito molto basso, e cioè alla stragrande maggioranza della popolazione (soprattutto immigrata). Gli altri, potranno curarsi decentemente, ma sborsando parecchie migliaia di euro in premi assicurativi che naturalmente – come logica del mercato vuole – più saranno importanti, migliori saranno le prestazioni e le strutture offerte per le cure.

Intanto ci abituano a quanto sia efficiente la sanità privata a fronte di quella pubblica, dalla quale vengono drenate risorse proprio per questo scopo. In questo contesto, svolge un ruolo non indifferente la “regionalizzazione” della sanità, che crea competizione fra le regioni e rafforza il principio della disomogeneità del servizio sanitario nazionale su base regionale, determinando differenze di trattamento sanitario a seconda della regione in cui si vive e delle risorse che tali regioni vogliono o possono immettere nel servizio sanitario. La conseguenza è chiara: le regioni più ricche offriranno tendenzialmente una sanità pubblica migliore (comunque mai del tutto gratuita se non per gli indigenti) e quelle più povere una sanità peggiore.

Dunque non meravigliatevi se sentirete notizie che riportano casi nei quali si afferma che i cittadini stanchi delle liste d’attesa o di ospedali pubblici fatiscenti, si rivolgono sempre più spesso alla sanità privata (esami, degenze e visite), sborsando fior di euro per farsi curare (spesso ottenuti con una finanziaria, e dunque indebitandosi). E’ nell’ordine delle cose neoliberiste.

Davide MuraAvvocato, sovranista, autore su Qelsi.it e Studiocataldi.it. Blogger su Primoarticolo.it e Il Petulante.