La demonizzazione del populismo e la dittatura del mercato globale

Oggi va di moda attaccare e denigrare il “populismo”, associandolo più per malafede che per pura ignoranza al fascismo, al nazismo, al comunismo, al razzismo, al nazionalismo e a qualsiasi altra manifestazione sociale negativa. Sicché da rafforzare nell’immaginario collettivo (non con troppo successo fortunatamente) l’idea stessa che il populista è cattivo, sporco, antiliberale e antiliberista, egoista, razzista, contro il mercato e dunque contro la libertà d’impresa.

Una moda – dicevo – che non è figlia del caso, ma è il frutto di una lucida strategia neoliberista: demolire le democrazie, demolire l’idea del suffragio universale, perché le élite possano gestirlo senza il disturbo del consenso popolare, e dunque per traslazione dinastica. Una lucida strategia che cerca di minare dalle fondamenta l’idea stessa del processo democratico, che diviene così rito vuoto e privo di effettività. Perché – secondo la perniciosa filosofia alla base della stessa – il popolo, quella massa di individui con il vizio di pensare, e alla quale qualcuno volle dare un dì il diritto di parola e di voto affinché potesse scegliersi i propri governanti e il proprio destino, non è in grado invero di scegliere né l’uno e nell’altro, e dunque necessita di una guida etica e morale, politica ed economica illuminata, istruita, capace di conoscere il bene e il male e dunque di scegliere il meglio per quel popolo; una guida che, naturalmente, sia posta al riparo dai processi democratici e che dunque possa decidere i destini degli “ignoranti” senza preoccuparsi del loro consenso.

L’idea dunque di una guida morale, etica, politica ed economica sublimata nel trono di pelle umana del “megadirettore”, intoccabile e saggia, benevola e paternalista, che nella storia è tristemente nota per via delle monarchie assolute, dei condottieri solitari allergici al dissenso e della mitologia collettivista, oggi viene abilmente riciclata, o meglio ripresentata al popolo, sotto le mentite spoglie del mercantilismo che non può essere condizionato dalle democrazie degli Stati nazionali, in quanto queste (come la dimensione nazionale) sono un ostacolo al profitto a 360°, e perciò al mercato globale, all’idea (turpe) che i capitali, così come le merci e le persone, devono potersi spostare da un luogo all’altro senza confini e barriere, poiché, in fin dei conti, persone, capitali e merci sono “economicamente” la stessa e identica cosa: oggetti, variabili, numeri, fattori di produzione, grafici, e pertanto devono costare il meno possibile per ampliare i margini di profitto dei grandi capitali in mano (non a caso) alle élite finanziarie che mal sopportano le democrazie.

Morta la mitologia del collettivismo, che però aveva una dimensione nazionale e un’ispirazione internazionalista, ecco dunque che con forza avanza nell’ultimo decennio del ventesimo secolo e nei primi decenni del ventunesimo la mitologia del mercato, e precisamente del mercato globale: quello che non sopporta gli Stati, i popoli, le identità, le frontiere, le nazioni, la sovranità popolare e monetaria, la diversità culturale, la famiglia, la dicotomia maschio-femmina, la dimensione umana del lavoro, e in generale l’idea che non tutto sia convertibile in profitto.

Questa mitologia oggi è portata avanti ed è sostenuta dalle élite finanziarie globali, che sostengono e alimentano le tesi politiche ed economiche neoliberiste e immigrazioniste alla base delle sovrastrutture sovranazionali; sovrastrutture che tendono a erodere, attraverso precisi processi politici, le sovranità statali e costituzionali (superandole nei fatti, attraverso artifizi giuridici), per neutralizzare poi i processi democratici alla base delle stesse.

L’idea è chiara ed è notoria: rarefare il rapporto governanti e governati; diserbare la responsabilità politica dei governanti, neutralizzando l’efficacia dei processi democratici, e trasferendo questa efficacia sul piano dei mercati, che per la loro intrinseca caratteristica (l’opacità) possono essere invece condizionati dai potentati e dalle élite finanziarie direttamente o per interposta persona. E dunque, in ultimo, assegnando a questi ultimi il potere di decidere i destini dei popoli, senza che i popoli possano far nulla per impedirlo.

Su questo orrido spartito viene suonata ogni santo giorno la stancante litania dello Stato sprecone, che deve dimagrire, tagliare il debito pubblico, tagliare la spesa pubblica, che deve svendere i suoi assets pubblici, che deve licenziare i dipendenti pubblici e privatizzare tutto il privatizzabile, affinché diventi il vuoto simulacro di se stesso, mentre il vero potere viene gestito (d)al mercato, il teatrino dove i burattinai del capitale e della grande finanza, in barba ai principi costituzionali e alle leggi, decidono i destini di tutti, e stabiliscono i diritti e i doveri dei cittadini, quello che è giusto e sbagliato, naturalmente sempre in base alle logiche del profitto e della rendita finanziaria.

Il populismo – ammesso sia questo il giusto termine – nasce e si afferma come reazione popolare alla degenerazione neoliberista, alla desovranizzazione statale, alla dittatura delle élite che si traduce in un vuotamento dei processi democratici. Ed è questa la ragione prima perché oggi è demonizzato ed è attaccato dalle élite, dai loro fiancheggiatori politici ed economici e da taluni media.