La Corte di Giustizia UE: sì all’arbitrato CETA

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Non avevamo dubbi. La stessa Unione Europea è un’organizzazione nata per garantire alle élite proprietarie dei grandi capitali finanziari di dominare un continente, imponendo le leggi di mercato come leggi superiorem non recognoscens. Sicché nemmeno le leggi dello Stato possono superarle. E di fatti, il costrutto europeista prevede forti limitazioni all’azione dello Stato in economia che possa alterare la “concorrenza”, mettendo di fatto le stesse esigenze del mercato e degli investitori sopra le esigenze della democrazia e dei bisogni delle popolazioni.

Per cui, il CETA, il famigerato accordo tra UE e Canada per il libero interscambio di beni e servizi, rappresentando la quintessenza del neoliberismo globale, non poteva che essere visto con favore dall’Unione Europea. E corollario di questo approccio di favore è la recentissima pronuncia della Corte di Giustizia Europea sulla compatibilità del meccanismo ISDS/ICS (l’arbitrato) con le regole europee. I giudici europei infatti hanno detto sì. L’arbitrato non è affatto incompatibile con le regole dell’Unione.

Cosa significa questo? Ma è ovvio: una grande multinazionale che ritiene che il suo “investimento” possa essere danneggiato dalle leggi di uno Stato potrà invocare il meccanismo ISDS/ICS (l’arbitrato) per risolvere la questione con lo Stato interessato. Sicché niente giudice ordinario, ma un giudice privato che dovrà decidere controversia sulla base dell’accordo CETA, aprendo in questo caso le porte a risarcimenti ingenti a carico degli Stati nazionali qualora ritenuti da tale arbitro colpevoli di aver danneggiato l’interesse della multinazionale interessata.

Un altro duro colpo alla sovranità degli Stati nazionali in materia di giustizia, e ciò a opera dell’Unione Europea, che anziché sbarrare la strada alla privatizzazione della giustizia, ha inteso invece rafforzarla sul piano internazionale. In questo contesto, l’interesse pubblico nazionale viene convertito in un mero interesse privato concorrente con quello delle grandi multinazionali, le quali se riterranno che il loro specifico interesse (investimento) possa essere danneggiato dal primo (tradotto naturalmente in una legge), potranno trascinare lo Stato “colpevole”, non già davanti al giudice ordinario di quello Stato (come è attualmente), ma davanti a un arbitro privato che deciderà chi avrà ragione.

E voi ben potete capire che se questo sarà il futuro, uno Stato si guarderà sempre bene dall’emanare leggi che possano anche solo potenzialmente “danneggiare” l’interesse di una multinazionale. Potremo votare chi vogliamo, ma alla fine sarà la multinazionale a decidere quali leggi potranno essere emanate e quali non. Sarà il profitto a gestire le nostre vite, ancor più di quanto lo gestisca oggi tramite le regole folli dell’ordoliberismo europeo, di cui il CETA è in effetti figlio.

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