Inizia l’estate. Una breve riflessione su burqa e burqini

burqa-burqiniCome ogni anno, puntualmente con l’affacciarsi dell’estate, in occidente e in particolare in Italia, scoppia il caso burqini. In realtà, già doverne parlare, denota che questo indumento è entrato, almeno come tema di discussione, nella nostra quotidianità. Il che dimostra pure un certo grado di presa culturale dell’Islam, o meglio dell’islamismo. A parte questo, la domanda che mi faccio è questa: è opportuno o meno vietare l’uso di questi drappi medievali che coprono la donna da capo a piedi, sia in estate e sia in inverno?

Coerentemente (almeno in apparenza), i cosiddetti liberali, i radical chic e comunque i sacerdoti del politicamente corretto, sostengono che una persona dovrebbe essere libera di scegliere come vestirsi o svestirsi in spiaggia. Non solo, siccome questo indumento rappresenta una chiara manifestazione della propria fede religiosa, vietarlo rappresenterebbe una violazione della stessa. Tant’è che in Friuli Venezia Giulia non è passata la mozione che impedisce l’uso del velo integrale nei luoghi sanitari pubblici. La ragione piddina lascia davvero di stucco: “Diciamo no ai luoghi comuni. Il tema dell’accoglienza va di pari passo con quello della sicurezza ma l’Italia finora è stata immune da attentati di un certo tipo, il percepito della gente non è reale effettività“.

Apro una parentesi: si domandino quelli del PD e in generale della sinistra del perché in Italia ci siano stati finora pochi attentati. Sarà magari perché non esistono tantissimi stranieri con il passaporto italiano di seconda generazione e dunque vedere donne in burqa non è poi così frequente? Sarà per caso che non avendo (ancora) lo ius soli, l’Italia non è poi così attraente per l’immigrazione islamista, che guarda caso, preferisce paesi come Gran Bretagna, Francia e Germania, proprio perché lì è relativamente più facile diventare cittadini?

Chiusa la parentesi, è chiaro che il burqa, così come il burqini, non sia affatto una moda, non è un fenomeno di costume o un punto di rottura con la tradizione o con una cultura più severa, bacchettona e bigotta, che opprimeva la libertà delle donne. Non rappresenta un accessorio di moda. Non rappresenta, in altre parole, un esempio di emancipazione femminile, così come lo fu la minigonna o il bikini rispetto a un passato più castigato, bensì sono il suo esatto contrario. Il burqini e il burqa rappresentano il simbolo stesso della condizione di subordinazione della donna all’uomo in una società e in una precisa cultura islamica, quella islamista. E dunque rappresentano tutto ciò che la società occidentale ha combattuto nel secolo passato. A volte con risultati eccessivi, altre volte con risultati più che accettabili se non necessari.

Dunque, non si può affermare che indossare il burqa (o la sua variante estiva, il burqini) sia una espressione di libertà e di emancipazione della donna, ovvero, come vorrebbe qualcuno, persino una “moda”, e ciò quand’anche esistano donne di fede islamica che dichiarino che è loro piena volontà usarlo e che nessuno le ha costrette. Ciò perché è difficile, se non impossibile, stabilire quando una donna lo indossa per sua piena volontà, e non invece perché costretta o condizionata – consapevolmente o meno – da una cultura che considera il corpo femminile qualcosa da nascondere.

E d’altra parte, non è neanche ammissibile ritenere che qualunque sia la convinzione culturale e religiosa, sia giusto che questa venga rispettata in nome della libertà di culto. Ciò perché tale libertà è un aspetto delicato della libertà tout court. Perciò, è incontestabile che essa – la libertà di culto – tanto deve essere ampia quanto è ampia la sua compatibilità con i principi basilari della dignità della persona umana, con i valori dell’occidente e, soprattutto, con il diritto naturale. Diversamente, rischieremmo – ironia della sorte – di uccidere la libertà proprio in nome della libertà.

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